martedì 12 novembre 2013

Il ragazzo partorito da Urano *.




Sara non riusciva a staccarsi da quelle foto, dagli occhi di lui in quelle foto. Due carboni verdi, fermi ma alacri. C'era in essi un'energia che racchiudeva tutta la sua anima, sembrava che ogni cosa della sua anima fosse passata in quello sguardo. Anima di ragazzo fermo, concreto e fortunato. Aveva questa idea, che lui fosse stato fortunato più di lei: bella famiglia, bei genitori, bel fratello bella fidanzata (amica di famiglia). Eppure non aveva l'aspetto del figlio di papà. Ogni impresa della sua vita, secondo Sara, lui se l'era presa, inizialmente per provare ai suoi che lui valeva perché era efficiente, poi ci aveva fatto magari l'abitudine e gli piaceva. Così, gli si era sviluppata, in questa specie di solitudine conquistatrice, una particolare sensibilità. Particolare nel senso ristretto della parola: era una sensibilità acuta, non languida, così nascosta come evidente. Una sembianza che ispirava tenerezza, senso materno e dolcezza. Aveva espressioni che a Sara, ricordavano un fanciullo diligente delle elementari o a tratti, un uomo responsabile e rigido.
Quel suo fare silenzioso, resistente e serio, rimandava a Sara l’immagine del musicista erotizzante, che chissà come mai, aveva così presente nella sua testa. Il ragazzo disciplinato e regolare, l’uomo col bianco e nero nella marsina e nella mente, che si accosta con calma e classe al suo posto nell’orchestra; che è solo, dentro ad essa: concentrato e raccolto  col suo strumento, col suo spirito e col suo spartito; che sa, che lì, in mezzo al pubblico, almeno una persona che pensa a lui esiste sempre. Zitto, per ascoltare se stesso e gli altri. Quel silenzio unito a calma che fomenta. Esecutore misurato, bilanciato, nel suonare note che spingono forti emozioni e eccitazioni. Pensò a Salomè e la danza dei sette veli di Strauss, che aveva visto anni fa in un teatro; pensò a quella danzatrice e a quanto erotismo possa uscire da sussulti di musica classica, pensata così pudica e resistente.
“Ho la doccia fuori uso in casa, non è che potresti farmi usare la tua?” Così una sera di agosto lui le scrisse in chat, mentre lei struccata e nuda si era messa al computer, stesa nel suo letto. Quest’insolenza - mischiata a immediatezza e anche a un pizzico di astrusità - le fece pensare a una striscia di un fumetto erotico, a quelle storie dove i personaggi osano, magari perché il loro ideatore ci è passato, o anche perché il mondo sarebbe così coinvolgente, se tutti fossero così fanciulleschi e diretti, (diretti proprio come in una storia per l’appunto).
Lui era nella doccia a lavarsi. Sara aspettava nel soggiorno, seduta nel suo divano rosso, pensava e non pensava, cercava soprattutto di godersi quell’attimo. Situazione strana e singolare, presente per quanto scollata. Il computer era rimasto acceso e lei si mise a finire una conversazione in mail con un altro uomo che le piaceva, più grande di lei. Sara trovava delle somiglianze tra i due uomini, anzi più che somiglianze delle ripetibilità intese come “sincronicità junghiane”. Tutti e due erano musicisti. Alessandro era stato all’accademia della Scala, mentre Ruben, sebbene anche lui diplomato al conservatorio, amava tutto ciò che veniva dalla strada. Uno suonava il fagotto dal timbro sicuro e pieno, l’altro i diversi e disordinati suoni del sax. Alessandro era molto più giovane di Sara, un ragazzo che si comportava da uomo; Ruben più grande eppure un uomo dai movimenti adolescenziali.
“Il fagotto è uno zio lontano del sax”, le aveva spiegato Ruben. A una profana come Sara, i due strumenti, parevano somigliarsi per forma e per il modo in cui venivano maneggiati. Entrambi strumenti liberi, con suoni ben vivi all’interno di un’orchestra; più potente,disordinato e sensuale quello del sax, più tenero e malinconico il fagotto. Il fagotto col suo suono claunesco, le faceva pensare a un giovane ragazzo così com’era Alessandro: idealista, genuino come quel legno, dolce e di un romanticismo sotterraneo e taciturno; che mai rendeva palese la sua malinconia; come il fagotto, anche lui apparteneva ad altri tempi.
Alessandro uscì a torace nudo, il suo corpo abbronzato, strideva con la porta a soffietto bianca del bagno. “T’infastidisce vedermi così?” Era una domanda che lei si aspettava, chiusi e soli dentro il soggiorno, a pochi passi dal letto e a un palmo da un divano rosso. Lei disse di no, e si mise a raccontargli di un certo maestro di ballo che conoscevano in comune. In quegli attimi, a Sara, non le sembrava di desiderarlo, ora che lui era lì, non lo voleva come quando era sola in casa a leggersi le sue parole nella chat. Erano le parole che solitamente colpivano Sara. Quei suoi sguardi oltre le sue spesse lenti degli occhiali, erano scorse interessate alle parole, alle scelte e ai tempi nelle parole. I suoni non li poteva sentire lì, ma li capiva ugualmente dagli intervalli e dal numero di parole che un uomo usava. Così poteva sentire il suono di un uomo (forse anche Beethoven usava questa tecnica?).
Fuori era notte fonda, diversi rumori entravano in quell’appartamento dal bar sottostante. La luna era crescente e di un grigio-blu. Alessandro invitò Sara a quel bar e uscirono. Tutto fuori richiamava l’età adulta di Sara: quei ragazzini al bar e la loro musica, le lattine di coca cola, la musica e i tanti motorini parcheggiati. Cose e atmosfere, che mai le erano appartenute in quel modo, quando lei aveva avuto quella stessa età. Alessandro le stava poco più avanti e lei ne osservava il corpo, era vestito con una maglietta, dei bermuda e delle infradito. Schiena, natiche e gambe perfette, non vedeva alcun difetto in quel corpo.
“E’ così tanto tempo che sono single, che ho quasi paura di non essere più capace di tornare in coppia”; a quelle parole così nutrite e lanciate là da Sara, Alessandro sentì tutta la sua delicatezza spesso imprigionata dietro quelle lenti. La abbracciò lungo le spalle, le baciò il collo e poi la bocca, Sara non se lo aspettava e ogni imprevisto per lei era come un sogno, fonte d’intatta eccitazione. Sentiva le mani di lui così affusolate e amabili; gliele aveva osservate al bar e ora le rivedeva oltre che sentirle: una che le toccava un seno e l’altra accarezzarle i suoi capelli. Salirono in casa e come entrati, una foga assalì entrambi, ma lei gli resistette e lo guardò: le arrivò l’immagine di lui che suonava in un’orchestra, lui col suo tocco delicato e maschile, che guardava lo spartito, e le sue braccia che tenevano quel “bassoon solo”. Le note nere sul bianco, i colori della musica.
Sara prese una sedia e alzata lievemente la gonna, si mise a cavalcarne la spalliera, si strofinò su di essa, guardando il ragazzo negli occhi come a sfidarlo. Lui le prese la testa come a volergliela portare verso il suo membro ma non concluse, l’afferrò lungo le orecchie per bloccarla e la baciò.
Le dita, così leggere di lui, ora le sentiva scendere lungo i fianchi, le alzavano la gonna, le spostavano le mutandine. Sentiva il suo respiro calmo, fermo da silenzi, toccarla e penetrarla assieme a quelle dita. La calma di lui la imprigionava. Lo sentiva quasi come un riposo di ponderazione, il silenzio prima di pubblicare un suono; ma anche un silenzio per ascoltare i loro suoni, i suoni attorno, così come lui era abituato a fare da sempre.
Sara pensò in un attimo che anche per lei, così come per i genitori di lui,“un uomo doveva essere in grado di fare”. Lui muoveva le sue dita e il suo respiro come col fagotto anche nel corpo di Sara.
Lei si mosse e Alessandro la prese con nerbo. Si ritrovarono addossati l’uno sull’altro sulla lavatrice, lei completamente nuda, posata in quel gelato bianco smaltato e sopra il corpo di lui, ancora vestito in parte; lui le stringeva i seni, la baciava al collo e giù scendeva per la strada della schiena. Sara si voltò a guardarlo: i suoi capelli castani e folti, le sue spalle plastiche, le mani che le brandivano le natiche. Poi rigirò il capo verso il muro, chiuse gli occhi e stese ancora un po’ le sue lunghe gambe, ad assaporare il piacere.
Questa donna più grande di lui, questa donna così difficile, confusa e complessa, macchinosa quanto il suo fagotto. Alessandro la guardava da dietro, guardava soprattutto le sue gambe che quasi si stringevano per nasconderne il sesso; le sue natiche gli ricordavano un sedere di bambina, innocente e spudorato. Con quelle gambe lei fremeva all’attesa di un gioco e le allargava; il ragazzo gliele toccava fino ai fianchi e poi di nuovo giù, tutta la sua mano attorno alle circonferenze dei due arti, lisci e castani come un legno di acero. Con le sue dita le inondava il sesso e i sensi, penetrava in quel incavo stretto, e dentro e fuori gli umori di lei salivano assieme alle voglie.
 Ne ascoltava i suoi sospiri rumorosi, suoni pieni e quasi neri.
Sara udiva dolcezza da quel corpo giovane, Alessandro leggeva i sospiri di lei come fossero espressione di desideri interrotti, che qualcuno anni addietro le aveva proibito.
Dopo quella sera, non ebbero modo di rivedersi. Sara a volte lo ripensava con una rosa in mano, comprata da lui senza impeto ma con riflessione e un po' di sentimento e poi una volta in palmo, sentita, osservata così come faceva con la ragazza cui era destinata. Quegli occhi vispi che guardavano quel fiore, le labbra che accennavano un sorriso indocile, sì!, Alessandro si specchiava in quella rosa rossa, piena di contrasti come lui.

*Urano secondo l’astrologia, è il pianeta legato alla musica, alla follia, ai dirottamenti.


sabato 21 luglio 2012

Elettrico blu


Quando uno vive in centro trova praticamente tutto quello che gli serve
(C. McCarthy - Suttree)

Carmela era dentro a un sogno invernale, fatto di un cielo di metallo e di cobalto, dentro il suo appartamento così poco ricercato.
Il suo, era un appartamento di quelli costruiti negli anni quaranta, nel dopoguerra. Ex case popolari di un quartiere chiamato ironicamente Hollywood. Appartamenti a due stanze più il bagno. Il bagno con la finestra. La camera da letto costruita in modo da far dormire genitori, figli e nonni assieme in un unico luogo. Le scale della palazzina  fatti di graniglia stretta, i pianerottoli invecchiati da quadri e vetri sottili e nebbiosi . Rumori di radio e TV, voci di anziani e una madre isterica al piano di sopra. Odori (oh gli odori, carattere più prominente della narrazione!,) che vanno dallo stantio ai più alti livelli di cucinato tradizionale, di brodo, o di carne ben cotta. Il contratto di vendita, includeva  anche una piccola capanna-box, giusto il posto per un’automobile piccola e una bicicletta.
In un giorno di neve, si ritrovò un pupazzo di neve proprio davanti al suo garage. Salì in auto e messa la retromarcia, lo distrusse; poi le dispiacque un po'. Guardò quel candore scomposto  a formare un ammasso e pensò al bambino del piano di sopra, a come ci sarebbe rimasto male. Però non salì a spiegare la faccenda e nessuno le chiese i suoi motivi. Strane figure genitoriali albergavano sopra la sua testa; sentì in quell’azione tutto il suo cinismo e la sua aridità di quei giorni.
Quel quartiere, popolato da anziani e adolescenti, l’aveva sempre affascinata. Vi era lo sbocciare e il chiudersi, vi era la semplicità e la banalità curiosa, e gli oriundi, le razze e le estrazioni mescolate. Ricche villette liberty affianco a casermoni un tempo popolari. E nel suo appartamento,  aveva vissuto (come lei ora), una donna sola, ma con un figlio. E se la immaginava, questa ragazza madre di altri tempi, alta e magra quanto lei (ne era una prova quel lavandino a misura), con un fratello - unico uomo che oramai passava, che le portava regali dai suoi viaggi dalla Cina: servizi da tè, stampe di paesaggi locali e seta  - . Se la immaginava quella donna, quando, dopo i suoi lavori domestici ossessivi, si sedeva fuori nel balconcino, magari a guardare il figlio che sotto giocava solo. E ora anche Carmela, si muoveva altrettanto sola in quelle mura, con anche alcuni stessi mobili appartenuti a quella, ed era come se santificasse, o meglio come se rendesse poesia, la sua presenza, a quella donna, con questa continuità.
Prima di lì, aveva vissuto con sua madre. Era in una casa di un borgo medioevale, circondato da colline e da mura a chiocciola. Vi era un'unica apertura in quel paese e questo rendeva il tutto soffocante per chi ci abitava (oppure, al contrario, poteva sembrare rassicurante, ma così non era per lei). L'uscita di quel paese, si affacciava davanti all'unico bar del posto e questo permetteva agli sguardi di molti, di entrare villanamente nelle vite degli altri.
Quando, di domenica, se ne usciva con suo fratello e la madre per recarsi alla funzione religiosa evangelica, tutti li vedevano e Carmela avrebbe voluto essere trasparente. Questo desiderio e  paura di essere invisibile, rifiutata, o mai esistita, la attanagliava già da un po', dalla sua adolescenza e il suo corpo, seppur affatto minuto, sembrava diventarlo, piatto e invisibile. Lei lo percepiva come magro e nascosto: nascosti i suoi seni, le natiche e gli occhi. Quegli occhi così grandi, il cui modo di stare spalancati, le venne un giorno rimproverato da una sciocca maestra d’asilo.
Carmela della sua infanzia, ricordava poco, di più i ricordi della sua fanciullezza: cenere calda portata nei letti per riscaldare i corpi in inverno, guanti piccoli senza dita fatti coi ferri dalla madre;  la "cantina" col pavimento di terra, i tanti oggetti dei nonni, non usati ma lasciati lì.
Vicoli di un paese stretto e maligno, ma dove anche persone a modo le fecero da mamma. Ricordava la signora col marito cieco dalla nascita e con un gatto siamese ben difeso. Ricordava la signorina dasemprezitella, che aveva una governante, un pianoforte e nel bagno al posto della carta igienica dei fogli di giornale ritagliati a quadri. Ricordava la casa di sua nonna, la matrigna di suo padre, una casa molto particolare con atmosfere da vecchi mobili e rudi pavimenti; un'atmosfera mischiata di anni cinquanta e settanta, a causa dei suoi veri figli che in quegli anni, “i mitici anni settanta”, erano nel pieno della loro gioventù.
Carmela aveva, per uno strano destino, zìì giovani da parte del padre e cugini grandi (della stessa età degli zii paterni) da parte della madre. Questo per il fatto che suo padre era il primogenito e la madre l'ultima figlia, concepita da uno sbaglio di una coppia in menopausa.
Paese contornato da mura ristrette e ristrutturate. Al di fuori di esso, meno male che vi era la campagna tanto amata da Carmela: sentieri che vi ci portavano, alberi antichi o sottili, cieli sereni deserti o puntinati da rondoni. Quante volte lei vi si rifugiava in compagnia di una sua amica o della sorella. Spesso assieme alla madre vi andava a raccogliere rami secchi da bruciare per l'inverno o erbe amare per la cena; conosceva tutte le erbe commestibili, le piantine rampicanti selvatiche, le bacche più appetibili. Tornavano dalla campagna, lei e sua madre, come se avessero raccolto l'oro in quei pomeriggi di sole primaverile o estivo. Ma anche durante l'inverno, era bello andare dentro a quei grigi e marroni di umido e di terra, di zolle e di strade sterrate, di sassi freddi e di odore di fumo di camini delle altre case.
D'estate, Carmela, spesso si sdraiava nell'erba per poter vedere il cielo senza sforzo e ci sarebbe rimasta per ore così, come un corpo senza vita, ma un'anima presente, sola, lontana da tutto il resto che non fosse quel cielo terso. Pensava spesso che il cielo e gli alberi fossero le opere più semplici ma al contempo più strane del creato. D'altronde la natura è sempre all'aspetto semplice, leggera, ma solo all'aspetto, così come lei ora. E quegli alberi "ramati" come si divertiva a chiamarli lei, e quel cielo pulito, vero, che conteneva il vero color azzurro, la portavano fuori dal mondo ma anche profondamente in quel mondo, alla vera e concreta essenza della Terra. Piccoli passi, piccoli e duri passi su quel selciato di strega, di apologhi con la strega.
A primavera, tornavano a casa, sempre a mani piene. La madre con sacchetti pieni di erba di campo e lei con mazzetti di fiori: margherite, violette di bosco, nontiscordardimé e anche di fiori gialli e lucidi (di cui ancora non conosce il nome); di rametti di biancospino o di fiori di pesco. Carmela entrava a casa, con l'odore di pomeriggio e di erba, prendeva un bicchiere e lo riempiva di  acqua per metterci quei  prodotti gratuiti. Poi si sedeva in una di quelle sedie di formica e osservava la madre intenta a poggiare i suoi tesori nel tavolo; a volte l'aiutava a selezionare quelle erbe, o mangiavano assieme un frutto preso su da una proprietà privata. La madre spesso le parlava di quei fiori, del loro odore o della loro forma e lei ascoltava senza ribattere. Tempi primaverili lì, odori di  fanciullezza.
Le notti invece, Carmela le faceva molto meno assieme alla madre. Spesso se ne stava in silenzio e sveglia nel suo letto. Il fratello che dormiva nel lettino accanto, che si addormentava sempre prima di lei (quando anche lui non riusciva a dormire, gli diceva che lo avrebbe aspettato e lo faceva sempre, sforzandosi di non addormentarsi). Nelle notti estive, quando a piena oscurità non dormiva ancora, si alzava dal letto, si affacciava alla finestra aperta e se ne stava lì, ad osservare le colline, colline nere o verde petrolio. Le stelle e la luna si vedevano bene da quella casa di borgo, pochi e soffusi erano i lampioni, nessun lampionaio, ma pipistrelli che fremevano attorno a quelle luci di vetro battuto, e ferro luccicante. A volte restava sveglia fino all’alba, e sentiva, poco alla volta i rumori di chi si svegliava per primo: passeri o rondoni, aria pulita, cingoli di motori di un contadino. Osservava molto anche la luce che dal buio, risaliva tenue, piano e accompagnata da quei suoni freschi di aria e di terra. I lampioni ancora accesi, ma fiochi così come la luna. Ed era all’alba spesso, che  si riportava  nel suo letto per addormentarsi.
Una mattina presto volle anche uscire di casa, per vedere il paese deserto, all’alba. Lo fece solo una volta e non si lasciò memorie su quel giorno.
La luna notturna la rispecchiava, così sola e silenziosa. Ma mai si soffermava a lungo a guardarla come invece fa oggi, a quarant’anni. Il cupo sorriso dei vecchi in paese le ricordavano la luna, cosi come quell’antenna radiofonica, situata su una minuscola e triste collina. Ma mai aveva pensato alla luna come così vicina a lei, lei così cupa. Una sera, ad una cena di lavoro in pizzeria, un medico lì presente, precisò davanti agli altri che lei non era solare, come la forma del ciondolo  che le regalarono, ma lunare. A lei questa cosa la intristì parecchio, ma non poteva certo dire il contrario. Fu lo stesso quando, un  ragazzo, che a lei piaceva (così come quel medico), la descrisse come non brillante di luce propria, ma cupa come una nebbia in un paesaggio di un nero  gotico. Ora invece, ne era quasi fiera di questa sua anemia. Luna bianca come la sua pelle, misteriosa e introspettiva, “Luna che chiama i poeti legati al cielo, così come i navigatori al mare” e i contadini alla Madre. Il fuoco che le arriva di riflesso non abbaglia, ma mostra in tutta la sua bellezza, la luce vera del suo Sole, che forse è incerto, ha delle incertezze il sole, su questa propria luce.
La madre di Carmela anche, era una luce strana  e solitaria, avente anche una sua rima, di madre. Madre scomposta, scomoda e lacrimosa. Quella campagna attorno, era e non era parte di loro, così entrambi poco terrene e  pratiche. Infatti coglievano dalla terra solo le parti più amare e ombrose, o quelle delicate di cespugli freschi, o petali feriti dai raggi di sole.
Lune fiamminghe, volti fiamminghi e malinconici. La Luna dei felini combattivi e delle streghe epifaniche. La Luna artificiale delle sale da ballo e dei ritrovi. Luna spezzata o fatta piena dal suo sole. Il bagliore dolce e sensuale di una donna segreta, nascosta, ma da un’ombra assai visibile.
Carmela un giorno, quasi come d’improvviso, capì, che ciò che la rendeva una triste luna come nascosta nella nebbia, le avrebbe anche regalato un mistero fascinoso. Lei era una Luna, non certo una stella tra tante, e questo era l’appunto che le era stato inviato come un regalo. Iniziò così ad osservare la luna, a studiare tutto ciò che  la riguardava: astronomia e astrologia, esplorazioni , passaggi e paesaggi lunari, così come la luna nell’arte. Diventò come un traffico maniacale per esplorarsi e capirsi; in ogni insegnamento da queste discipline, coglieva un aspetto di lei e dei suoi rapporti con gli uomini. La poesia era giornaliera, le immagini arrivavano come ricamate da Dio. I desideri inviati partivano sempre e arrivavano a destino (e a destinazione).
Questi tempi del passato, così crudi, malinconici e forse anche austeri, erano ancora più presenti che l’oggi. Carmela se ne stava sopra il suo letto, le mani  all’addome, come dovesse proteggere, lì dentro, un contenuto. Guardava il soffitto e la parete a destra del letto color magenta chiaro. Quel colore le ricordava senza dubbio la sua fanciullezza, i giochi in paese , “color color …”. Le vennero in mente un paio di zoccoli rossi che da piccola le piacevano tanto, e anche un vestito a fiorellini gialli, bianchi e rossi. Certo che sarebbe stato bello rivedersi in un video, o anche una foto, ma nessuno aveva fermato quegli attimi. Degli zoccoli di vernice rossa e lei, che se ne stava così, vestita e  seduttiva  davanti agli altri bambini.
Carmela se ne stava sopra il suo letto ad aspettare una fine. Una fine tra tante, ma aspettava la morte e rinveniva la sua vita. La sua vita era soprattutto quel passato di fanciulla. Emozioni, pensieri fatti di curiosità e osservazione. Invece la sua vita presente sembrava essere solo passività
Le vennero anche in mente i visi che aveva incontrato nella sua vita: una donna sicuramente molto forte era Valentina, stuprata dal padre sotto gli occhi accidiosi della madre fin da piccola. Eppure ora faceva l’infermiera in un pronto soccorso, aveva due figli sani e ringraziava ancora la  vita, questo ricordava Carmela, che era una donna che sapeva ringraziare la vita; vita che voleva incanalarla verso la pazzia forse, ma la sua forza atavica, scura e di bambina non lo permise. Probabilmente era la donna più forte che aveva conosciuto. E poi le venne in mente Stefano, che frequentò con lei le superiori e che non rivide più da quando aveva sedici anni. Lo riconobbe, in cura  in un ambulatorio. Lo ricordava perfettamente quando, ancora adolescente era suo compagno di banco alla scuola professionale per il commercio, ragazzo chiuso sì, ma mai quanto lo era lei al tempo. Probabilmente si riconobbero entrambi per la loro sfiducia e paura dell’altro. Solo che lei da sola riuscì a vedersi e a sfogarsi, mentre lui fu indicato dalla madre al centro salute mentale all’età di ventidue anni, per il suo isolamento delirante.
Poi sua sorella e il suo bambino, suo fratello e sua madre. La sua famiglia. Tutti aspettavano come lei ora in un letto il finale. Magari neppure arrivava e così si sarebbero potuti riabbracciare, e vedersi tutti con i nuovi occhi alleggeriti dall’attesa della morte … ma forse nemmeno.
Pensò a Marco, ragazzo dai capelli morbidi, a come si erano lasciati nel suo letto, guardandosi un palpito di cuore acerbo.

Nota: si credeva in quei giorni, che presto il mondo sarebbe finito. Quindi era vera, alla fine, la storia del giudizio universale. L’universo si muoveva avvicinando lune, costellazioni e pianeti. Si sapeva che Urano, il pianeta del cielo, stava perdendo quel blu cobalto che lo contraddistingueva (come astro nuovo e anticonformista), per assumere il colore della terra a lui innaturale. Si era visto anche che Saturno, ultimo pianeta antico, aveva oramai solo un anello sottile e invisibile, la sua leggerezza teneva oggi misure storiche; metameri che lo avevano abbandonato tuffandosi in zone più dense. Venere, Marte e Giove si attaccarono alla costellazione dei Gemelli. Mercurio solo rimase dove era, per poter raccontare ai posteri ciò che successe quel giorno.
Il cielo aveva assunto un colore verde ossidato, la terra iniziava a sgretolarsi e come pane secco lasciava briciole di materia verso i suoi luminari; c’erano da un po’carenza di acqua e sole ravvicinato. Le persone, abituate a ciò gradualmente, parevano non accorgersi. Il dolore si era sparso e lasciava i molti indifferenti, senza pietà né compassioni. Forse quando fu creato il mondo, il suo progettista pensò  che la fine era bene non si sentisse tra gli umani: per non creare frastuono, confusione, o amplificare le loro paure. Per non creare pianti di bimbi o urla di madri. Doveva essere una fine graduale, come un scomparire di nuvole o di nebbie, come un sollevarsi o un calare di maree. Niente carestie, pestilenze o terremoti dunque ma apatia, distanza. Come un calore artificiale.
La città contiene il centro della vita, usciremo in campagna per svagarci.





lunedì 16 aprile 2012

Butterfly Effect

Anima blu e arancio.
Chissa' cosa stai a pensare.
La tua lingua ferma così come i tuoi occhi e le guance
Le labbra vorrebbero dire, vorrebbero trovare il sapore estivo dei ciliegi e delle fragole selvatiche
Il naso osserva la primavera vogliosa
I piedi hanno unghie dipinte di aria respirata di notte vicino a lui
Le mani aspettano la stretta di un attimo
Le ossa, gelose del mio seno resistono ancora come sempre
le braccia penzolano come un'altalena e la testa gira gira gira
Sento dal dentro il clap clap delle farfalle
volano lontano e rubano, solo per me, un desiderio.
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sabato 25 febbraio 2012

Luna a barchetta

Delicata
raffinata
sottile
leggera

nella mia ombra vivo
così rara e invisibile

il sole illumina la mia parte bassa
e così facendo mi solletica

dondolo di piacere
sorrido nell'acqua notturna

schivo ricordi passati
tramuto in anime i cuori spezzati.

martedì 21 febbraio 2012

Luna

Raccolgo i tuoi silenzi,
intanto gioco a sciocchezze.

Canto le ore non dette,
ritraggo il fuoco
e fuoco non è più

vi è aria salmastra e leggera quassù,
è il mattino a impallidirmi
e a mischiarmi col resto del mondo.

La sera è la mia casa
quì non vi è vergogna alcuna,
quì vi è desiderio

il tuo amore puoi rifletterlo su di me
la mia bellezza fiorirà ancora
e la mia luce opaca ti tranquillizzerà.

mercoledì 25 gennaio 2012

Valzer dei ricordi.

La prima volta che lo vide fu davanti alla porta di casa dell'allora suo appartmento in affitto. Da ciò che si era detto di lui, Sara si era fatta un'immagine di ragazzo dal viso chiaro e quasi angelico, invece le apparve  alla porta altissimo e con lineamenti forti e maschili...le ricordava un che di scimmiesco o meglio un che di arcaico quasi, ma biondo. Come un'immagine da libro delle elementari sugli antenati primitivi.
Oggi, erano passati anni da allora ma Sara ricordava ancora come si sentì in quel mentre. Si sentì fortemente inadeguata a quella situazione. Due sconosciuti piombati nel suo appartamento, appartamento tra l'altro piccolo per la loro costituzione fisica. Vergogna di lei e inadeguatezza del rapporto che era in obbligo e in procinto di crearsi. Lui le piaceva già da ciò che si era detto sul suo conto, ma ora lei, lo sentiva come un ragazzo diverso da quell' immagine uscita da una descrizione. Un ragazzo egoista. Ecco fu quella la sua primissima impressione... Questo fu il primo impatto. A distanza di anni, Sara riflettè che più che egoismo era narcisismo. Era la prima volta che incontrava un narciso forse, o sicuramente la prima volta che ci rifletteva.
Quel giorno andarono tutti al mare. E lei fu allora che ne fu colpita. Lui metteva passione in quel gioco di sassi lanciati, lui lanciava quei sassi marini e senza saperlo la colpiva, la colpiva con lo sfoggio dei suoi libri e della sua curiosità presente in ogni cosa. Curiosità passionale e malinconia  e abbandono nel corpo e negli occhi, non aveva ancora trent'anni...

Il suo nome: Davide, lo stesso nome di suo cugino. Sara aveva un cugino più grande di lei di quasi vent' anni, che aveva sostituito a volte la figura di suo padre. Era un uomo efficiente, rassicurante, sicuro di sè, al quale anche la madre di Sara si rivolgeva per avere aiuto o consigli. Era una figura idealizzata da tutte le donne della famiglia.  Ricordava ancora quando da piccola, all'età più o meno di quattro anni, tra le sue braccia lei gli promise la sua mano. E fu l'unica persona con il quale Sara pianse la morte del padre. Sì, un uomo decisamente troppo idealizzato.
Con Davide iniziò il periodo dei narcisi e della fioritura di cose ferme o nascoste. La fioritura da semi soffocati dal freddo e il nutrimento semplice e naturale con l'acqua alle radici ancora salvabili.
A lui piaceva chiamarla Teresa, nome preso dal personaggio di Tereza ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere".  Tereza/Teresa che tutto trasforma in epifanie e che soffre come una bestiolina, come un cucciolo di cane, per i suoi sentimenti. Straziante per ogni cosa, che ama con tutta se stessa a causa della sua passione e non lo fa quasi mai in silenzio. Teresa /Tereza che si allontana da quel comunismo da paese dell'est d'Europa o da setta americana. Tereza/Teresa con quella madre pesante e ospedalizzata.
E lui poteva essere Tomàs ma anche Edward mani di forbice (di Tim Burton). Quell'aria malinconica che affascina tutte le donne, - Sara pensava sì, - non c'era donna a cui non piaceva. La madre di lui le aveva detto che è o amato o odiato e le aveva annuito sul suo gran cuore.
Le sue mani creative come  quelle di Edward, però non possono abbracciare senza ferire o ferirsi. Sara lo abbracciò insicura. Nessuno descrive meglio di Edward il patema di un narciso, e le favole restano pur sempre leggere.



lunedì 23 gennaio 2012

Una sera.


Mi guardava con aria di sfida, del tutto fuori luogo, artificiale, tipica di chi ha sofferto terribilmente la timidezza e l'ha combattuta con tutte le sue forze, e ancora oggi rimane vigile, attenta a non ricadere nel vecchio modo: occhi chini sul pavimento e torcersi le dita sul grembo. Ricordava una donna non più giovane che travolta da un orribile dispiacere prende a indossare vestiti e fiori e a truccarsi in maniera grottesca, una donna uscita dalla propria vera natura e identità che comincia ad abitarne un'altra per dimenticare il suo strazio, come se quegli abiti emotivi non fossero davvero suoi e lo diventino solo, grazie a un desiderio smodato, un'ostinazione di lasciarsi alle spalle un passato che fa franare la vita in un buco nero e irraggiungibile in cui non c'è salvezza anzi c'è morte e disperazione, una morte in vita, una lunga vita morente.
Il suo respiro era pesante per l'eccitazione, come se il fiato dentro fosse talmente tanto, e potente, e quel suo naso sottile, greco, troppo piccolo e delicato per buttarlo fuori tutto. Il rumore di quel respiro che faceva da sottofondo alla conversazione ricordava quello di un vecchio che dorme sul divano, immagine malinconica, come anche il resto di lei, i suoi vestiti in cerca di una femminilità decisa, decisa a cercare e procurarsi piacere, e finalmente vivere, ormai donna, esperienze erotiche senza freni.
Dalle mail, le belle mail selvagge che a volte inviava ad Andrea per dirgli di un libro, o raccontargli un'esperienza, una riflessione o un desiderio, s'intravedeva alle spalle di quella scrittura ansimante e accaldata, un mondo tutto fiori e quasi felicità mentre quando la rivide ebbe l'impressione di trovarsi di fronte a un banco di nebbia coi capelli di un nero gotico; la sua figura, in mezzo a quella sera d'estate pareva uscita da un paesaggio pieno, grave, coperto di solida nebbia e il suo corpo, come anche l'espressione, gli pareva che appartenesse a una persona che da poco si è accorta e con furiosa intensità che la vita è una questione complicatissima e drammatica; e la sua giacca e il resto parevano modellarsi, come una statua di nebbia; il pallore, gli occhi intensi, grandi, che avevano un bel colore, di argini fangosi di fiume e di foglie imbevute di umidità, un marrone chiaro ma fradicio di umore, e con lievi ferite ai lati, traccia forse di dolorose operazioni.
 Mi guardava con quell'aria di sfida e una mano sul fianco, come la tengono le sapute mentre osservano la scena prima di commentarla, lasciando trasparire con tenue scherno il loro disinteresse. Eppure, nonostante quella posa da zingara, due delle sue dita non potevano fare a meno di tormentare il passante della corta gonna di jeans che indossava; e tamburellavano sul fianco con un ritmo che poteva essere, anzi quasi sicuramente lo era, linguaggio. Forse voleva esprimere, davvero non so cosa, una paura antica che sempre quasi presente l'accerchiava, come pipistrelli attorno ad un lampione, una indistruttibile paura dell'altro che Andrea conosceva molto bene.
(cont...)

di F. Belacchi - Cinque racconti e una resa dei conti



Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.

di F. Nietzsche



martedì 3 gennaio 2012

Stelle e paura

Lui le ricordava un altro sorriso. Lei si stupì di fronte a quella bocca che sorrideva in modo particolare, con la parte centrale del labbro superiore a punta verso il basso. Fu colpita dal quel sorriso fresco e dagli occhi verdi come la sua divisa.
Sara si accorse che le piacevano gli uomini in divisa, non avrebbe mai pensato di subire tale e così comune fascino. Aveva amato i camici bianchi, sì, sono divise pure quelle.
Ora le capitava di scoprire che davanti a quelle stelle cucite su uniformi, a volte si celavano uomini autentici e pieni di responsabilità. Lei ricercava la sua autenticità e la scopriva stranamente lì, coperta da una divisa. Guardava le foto di lui che "arrivavano dal fronte di guerra afghano": aveva uno sguardo malinconico e provato, aveva gli occhi di un ragazzino così come le era apparso la prima e unica volta che si incontrarono dal vivo. I loro sguardi continuarono via web attraverso l'obiettivo mosso di una cam. Quegli occhi color verdemilitare luccicavano come una verdefinestra, per lei erano simbolo di un dono, così come il suo nome.
Lui, il ragazzo dentro una terra piena di rabbia e misteriosa umiliazione. Lui la cui camera esprimeva le sue paure: mai soffocate, mai sdrammatizzate artificialmente ma sentite e esorcizzate da un desiderio del corpo. Un desiderio di vita forte, uniforme e vero come la morte, ben formato come il suo corpo.
Le raccontò dell'inquieta paura di fronte una mina antiuomo che a pochi minuti sarebbe esplosa, di come soffrì, vedendo un militare colpito in un piede sempre da una mina. La follia della paura? No, non è follia ma ragione, è logica e visitata paura. Quel sentimento da cui Sara si era sempre ritirata fin da piccola, che mai aveva visitato appieno, o esplorato intrepidamente come un castello vampiresco la notte...neppure i film dell'orrore era capace di guardare. Entrò a fondo ad una paura solo una volta nella sua vita, perchè non vi era scelta e appena possibile la scansò. Le sue paure erano in passato legate proprio a un desiderio personale. Forte come il suo primo orgasmo.

Questa conoscenza le diede un chè di romantica antichità: di donne di altri tempi che scrivevano a un soldato. Pensava alle crocerossine nei racconti di guerra di Hemingway o alle donne sioux che aspettavano i loro cacciatori. Pensava alle  donne che aspettavano il rientro di un figlio o di un compagno da una missione di guerra. La donna che attende e l'uomo che di quella attesa ne ha contenimento e forza. Era la storia di sempre fin dall'antichità. L'uomo battagliero ed esploratore e la donna ferma che aspetta il suo ritorno, che sa realmente cosa significa aspettare, accogliere e calmare. E fa tutto questo per un desiderio. Altri (e romantici) tempi.

Oggi invece c'erano i loro corpi entrambi asciutti e presenti, semplici e sensuali, entrambi col bisogno di sensazioni intime e abbaglianti per contrastare la paura dell'altro. La paura di sentirsi carezzati dalla morte. Il bisogno di riempire il buio della vertigine vuota.
Tutto ciò non è mai solo carne e corpi. E' fusione, sì, forse anche confusione. E' calore rosso d'inverno e sangue che vive. Paure ascoltate e volute.  E' pelle, abbracci e carezze e baci.  E' ghiaccio di fuoco e brividi. E' eco ed esperienza. E' una zingara che si muove sinuosa dentro l'inverno e attorno alla luna. E' abbandono senza pazzia.

Il suo cuore auspicava  un bouquet di sensazioni da chi le sapesse rubare un sentimento.


mercoledì 21 dicembre 2011

Ma poi non volli cadere negli inutili andirivieni di un sogno

Era un giorno d'inverno buio e come non vissuto. Le luci della città erano mosse come candele e la gente sempre più solitaria. Il caldo dei termosifoni elettrici mi soffocava e l'aria secca, in quelle pareti della stanza, domandava un'apertura, anche una piccola botola.
Il cielo grigio contemplava il mio sapore di umido vischio, il mio viso accorto e insieme spaventato. Le carezze del giorno erano da un po' svanite con il sole e sentivo il mio corpo cedere al bisogno di un sogno.
Iniziò così la mia vita solitaria: io rinchiusa in una stanza, io d'inverno innevata di speranza inesistente.
Solitudini accese dal pensare al "passatofuturo".
Ombre su ombre, piombo su piombo e carezze lasciate lì.
Il sole sorse anche quel giorno perchè non poteva sapere il mio urgente e spasmodico bisogno di trovarmi sola, isolata col mio pc per scrivere. Che pausa di insano relax.

Davide che in quella foto sembrava fosse in posa pur non standoci: guardava un testo nella libreria, fermi erano i suoi occhi e sentiva, come di sbieco, l'osservatore. La posa di un uomo che guarda le idee del mondo, assente, solo con se stesso. Solo con quel desiderio di rimanere tale.
Foto di alberi in inverno e di notte, alberi piccoli e in fila, luce lunare che li contempla. Una casa in campagna abitata da chi è chiamato folle...stanze numerate nella casa. Camere a due letti. Di sera si copriva il vetro anteriore dell'auto con un vecchio lenzuolo per stupire il gelo del mattino. Gatti attorno alla casa, botole come buche e finestre sbarrate. Ecco il posto giusto per cacciare i fantasmi del mio sentire: una casa in cui vivevano persone in terapia con farmaci che bloccavano, fino a ucciderle a volte, le emozioni insostenibili a tutti. E io ero l'infermiera di notte.

Leggevo il mio sentire nello schermo, il mio sentire in uno schermo tecnologico per raffreddarlo. Il gelo era fuori e dentro, solo le parole avevano anima. Anime lucenti e brillanti chiuse dentro un corpo sano. Scrivevo e mi liberavo, mi liberavo e acquistavo non leggerezza ma freddezza. E' freddo fuori e dentro è lo stesso. Freddo di spasmi di odio verso l'altro. La rabbia peggiore, concepita da dolore e frustrazione.

Spensi il pc e la mia ombra era andata, fuggita chissà dove nei labirinti del bosco sconosciuto, dove cani passeggiavano smarriti e dove il muschio ricopriva tutto come se fosse un presepe. Fu così che uccisi la mia anima.

martedì 20 dicembre 2011

Aniela

Occhi e capelli nerocarbone
lieve musica delicata il suo sogno.
Smarrimento, davanti a una palude di solitudine accesa
da boati frementi dentro al suo cuore di gomma bucata.

Quando il mattino è concluso,
di fianco a una radio si apparta
cercando dei suoni leggeri
che ricordino il cuore di una vita accucciata.

Unghie perfette dipinte di lava
gambe cresciute senza età
schiena spezzata e sedia a rotelle
cuore sorretto da aiuti abbozzati.

La sua bambola senza naso,
piccolo oggetto che lascia
con una  famiglia senzasenso.

Mi regalo' una piccola stella
e tenne la Luna.

giovedì 8 dicembre 2011

Lilli (lilith)

Quel pomeriggio andammo assieme in una casa in campagna per comperare della verdura da una contadina. Mentre aspettavamo che la signora si liberasse da altri clienti, sbucò fuori da un lato un cucciolo di un gattino: E' una femmina, dissi. Ricordavo di avere letto da qualche parte che i gatti tricolore sono sempre femmine per dei giochi di DNA che non ricordo.
Camminava debolmente e non in linea, si trascinava quasi a nascondersi tra i fili d'erba delicati, così piccola ma già esausta.
Poco più in là vedemmo anche la madre e i suoi fratelli. Questi si attaccavano con voracia e quasi rabbia alle mammelle materne come a seccarle. La mammagatta sembrava vecchia, era piccola e di un grigio scuro consumato e sbiadito. La piccola tricolore si portò  dalla madre tentando di prendere qualche goccina di latte (non so perchè ma ebbi l'idea che a lei sarebbero bastate anche solo tre gocce per riuscire ad alzarsi) ...si avvicinò ma i suoi fratelli non le lasciarono spazio, lei non lottò per averlo, nulla fece la madre per darglielo.

"Portatemene via uno" sbruffò la signora. Mia madre non disse nulla, la vidi guardare quel piccolo cucciolo di femmina dai bellissimi colori rosso, grigio e bianco, pelo spettinato."La chiamo Lilli" mi disse in auto, "così come mi chiamava mia madre da piccola".

Mia zia, sorella maggiore di mia madre, mi ha raccontato che un giorno, mia madre adolescente fu portata in visita da un medico specialista perchè pensava, a causa di un po' di peluria di non essere una donna. Il medico le visitò tutto il corpo e la sua diagnosi fu:è una donna con tutti gli attributi e anche più!
Fu l'ultima figlia di una nidiata di cinque, da una madre ormai prossima alla menopausa. Nacque che era molto piccola e la madre non aveva il latte a causa della sua età; i suoi fratelli erano già grandi, quasi da matrimonio; non fu quindi programmata, nè forse desiderata.
Vedo che quando scrivo torno spesso a lei, più che a mio padre. Un astrologo una volta mi disse che il mio destino è quello di mia madre, ma io non finirò come lei. E' il destino di una donna non "espressa" per quelle che erano le sue possibilità. Anzi meglio, le sue potenzialità. O come direbbe semplicemente Jung, la sua natura.
La sua è la storia di una donna con la D maiuscola che non è stata creduta. Non ha scoperto che esisteva la sua D di donna dalle belle forme (piccole e belle forme), dal cuore sognante su letture di libri della biblioteca parrocchiale e dalla possibilità di essere un'intellettuale poco pratica. Ma fece l'errore di domandare il suo futuro agli altri "solo" per essere accettata dal padre.Mi viene in mente la storia biblica delle lenticchie rosse vendute per una primogenitura o prese per perderla.

Il mio bisnonno, una figura quasi mitologica della mia famiglia (si racconta della sua altezza di quasi due metri e della sua forza capace di schiacciare le mandorle con le mani), prendeva spesso mia madre sulle sue ginocchia. Poi le dava cinque lire.
Un giorno passeggiavo con lei sempre in campagna, mi raccontò che suo nonno usava chiamarla col nome di una prostituta che si sapeva frequentasse (Amelia invece che Elia) e che suo padre  li canzonava. Una storia che mi fece rabbrivididre e piangere dentro. Mia madre lo raccontava con una leggera tristezza, intiepidita ma non umida, secca quasi,come se raccontasse di una visita pastorale presso una persona malata.
Mi raccontò anche di quando tornando dalla scuola, seppe della morte del vecchio nonno e fu mandata dai suoi a mangiare da un'amica e di come il  pranzo di fagioli fosse stato cucinato languido. Il cucchiaio prendeva quel pasto, che ci si aspettava fosse un pasto forte e invernale, condito da odori di casa e di piccolo paese, ma invece era solo freddo, viscido e freddo languore...

Questa necessità di scrivere e di andare a fondo per tirare - come scrive un mio conoscente - le somme, i conti.  Scrivere di dolore senza però appesantire, no!.. nulla di pesante vorrei uscisse. Solo liberazione per me e per mia madre. E per tutte le Donne giostrate dalla famiglia, per quelle che si ribellano così come per quelle più remissive.
Liberazione.
Chissà se la libertà è pesante o leggera? L'immagine è spesso di leggerezza: libertà spesso disegnata come cielo pulito e arioso, come rondini, oppure come farfalle delicate...sì, farfalle, questo è il simbolo che preferisco. Ali che possono solo essere leggere altrimenti non avrebbero un senso, ali come petali su petali e poi c'è anche la storia del bruco che mi piace!

Scrivere e fare uscire nelle parole scritte e ferme la vera essenza del dolore. Mi libero mentre quel dolore si ripete,  piango e mi leggo nello schermo appannato dalle lacrime che lavano gli occhi. "Le lacrime lavano gli occhi" me lo ha detto la mia vicina al piano terra.
Libertà e responsabilità. Libertà è responsabilità, è quindi crescere e andare avanti con quel dolore che si è scoperto che possa creare e costruire. Mi torna in mente Auster e il suo primo romanzo pubblicato col suo vero nome L'invenzione della solitudine e di come , dopo quel suo romanzo, iniziò a scrivere storie che non parlavano esplicitamente di se stesso ma vere storie fantastiche...ecco che dopo la sua liberazione iniziò a parlare in modo collettivo, quindi più diramato, dunque più leggero.
Come lui stesso riporta da Eraclito: "Nella ricerca della verità sii pronto a imbatterti nell'inatteso, perchè essa è difficile da trovare, e, una volta trovata, stupefacente".

Ora mi ritrovo quì, al mio smonto notte pergiunta, a ripensare a  lilith, nome casualmente uscito da una gattina.
Ma il gatto non è nero come la Luna: lilith,  la donna che dà dolore all'uomo e a suo figlio.
La ribelle al volere del padre, la donna discriminata e nominata, la donna che non chiedeva nient'altro che di essere se stessa, di poter esprimere la sua passione, la sua sessualità, il suo getto e ìmpeto soprattutto.
Alcuni angeli sembra la seguissero quando fu scacciata dall'Eden perchè risaputa come donna che ha avuto dolore. Ma da quel dolore creò qualcosa, un simbolo, un sogno o forse una magia.

domenica 4 dicembre 2011

Sughero

Sabrina guardava le foto attaccate alla parete di sughero e si domandava come aveva potuto.
Franco (f come finzione). Lui e la sua smania, la sua attività di uomo d'azione. L'imperativo per lui era "facciamo! così non sentiamo". Anche le sue parole avevano  un senso insopportabilmente frenetico. Si alzava la mattina e nemmeno si accorgeva cosa aveva attorno e non perchè fosse preso da se stesso, ma tristemente preso dal fare.
Poi Claudio e le sue tre donne: sua madre, sua zia e sua sorella.
Di Tiziano odiava il nome come tutti i nomi che così concludevano. Li pensava come titoli di uomini passivi e  da gestire, che cercavano qualcuna che vergognosamente li guidasse così da fuggire alle responsabilità singole e intime. Uomini molli, senza energia nè fuoco. Il calore scorreva solo su di lei.

E poi c'era Davide, nome che invece lei amava profondamente: Davide e Golia, David Copperfield e  la tribù di David...
Eppure anche di lui una foto in quella parete, parete di sughero per giunta, materiale scarso e leggero. 
Davide che aveva saputo capirla e che aveva fatto rinascere in lei ciò che era. Che le aveva chiesto compassione e leggerezza, corpo senza anima, l'Impossibile. Corpi alti i loro, che subito vedevi scindersi dalla folla e dire: "noi siamo così e ci siamo riconosciuti sperduti e soli e la nostra nevrosi ci ha uniti. L'inevitabile è la nostra poetica".
Uomo dalle braccia cattive e statuarie le sue, che non osavano alzarsi per un abbraccio, congiunte in parole mostrate per ferire o per una critica. Sorrisi canzonatori, classismo, uso.
Lo ricordava benissimo l'ultimo suo sguardo: lui era alla finestra e guardava il viso impaurito e triste di lei. Una tristezza da smarrimento e una paura non espressa che lui capì. La guardava con occhi pieni di disgusto, disgusto verso un dramma e fu questo a ferirla: il dramma non rispettato. Come ferita da lama arrugginita, sentì il dolore del rifiuto a lei ormai comune.

Ora un altro uomo era seduto di fronte a Sabrina, in una scarna poltrona di altri tempi. Aspettava la risposta al suo quesito appena posto e la fissava.
Sabrina fece una pausa per poter raccogliere i suoi motivi e cominciò:
"Quel pomeriggio avevo notato armonia tra i segni, i segni dello zodiaco, capisce? Cosicchè mi accorsi che i dodici segni tutto univano e non ero più sola. Anche se dio non esisteva tutto aveva senso ora. Questa verità mi raccolse e mi contenne per mesi. Era ciò che si dice un prodotto nell'anima, la Mia.
Così molte cose tornarono sensate, giuste, vere. Ciò che avevo abbandonato lasciando la chiesa lo ritrovai lì. C'era per me un nuovo Padre che nemmeno mia madre aveva mai avuto, un'antica speranza. Parlai di queste mie considerazioni a Irma, la mia amica fidata ma mi guardò come se fossi impazzita. Per cui mi chiusi e da allora non lo raccontai più a nessuno, solo  a lei ora dottor D..." 
Improvvisamente la sveglia dell'ora trillò violentemente come se dovesse svegliarla al mattino. Sabrina ripetè il solito rito settimanale, si alzò dal divano, indossò la sua giacca, il basco beige e gli occhiali da sole comperati anni addietro e se ne andò.

Da allora Sabrina ricorda solo che alla centrale di polizia, quella vicino al parco a lei familiare, le mostrarono le foto del dottor D. e vicino a quelle tutte le altre foto della parete di sughero.
Le mostrarono pure gli appunti presi in seduta dal terapeuta : ideazioni bizzarre ... si consiglia terapia farmacologica...

Gli agenti poi scattarono una foto a Sabrina che attaccarono ad un quadro di sughero, materiale scarso e leggero.

giovedì 10 novembre 2011

Non dimentico (per non dimenticarMi)

 Il ricordo è un possesso, è un sogno ed è sicuramente autentico, non deve dimostrare nulla oramai perchè è passato. Non necessita di dire "va tutto bene". I ricordi sono la parte vera di noi stessi.
Come un sogno il ricordo si pulisce e si amplifica. Il ricordo è fantasia sul passato e desiderio di felicità fermato.


Ricordo che fin da piccola a casa nostra volavano gli urli assieme agli oggetti, e le lacrime di mia madre cadevano come colla sul suo viso. Ricordo le bottiglie vuote nel pavimento al ritorno da un viaggio, e il tavolo della cucina ferito in un angolo, da un coltello.
 La macchina da cucire di mia madre costruiva bambole e vestitini per noi figli. Ripenso al tavolo di bambù nel salottino assieme alle sedie altrettanto di bambù, gialle e scomode.
Ricordo mia sorella che piangeva perchè la picchiavo e poi baciandola le dicevo di non dirlo alla mamma - e lei che mi ascoltava. E ricordo il coperchio di plastica del latte in polvere della Plasmon su cui avevo disegnato un viso, la mia nuova bambola.
E poi ricordo mio fratello che fermava mio padre e difendeva mia madre, la vetrata della porta che si ruppe, l'odore di alcool mischiato a olio di motori e di officina di mio padre.
Ricordo poi la mia vergogna da adolescente in paese per gli urli di mia madre e i vestiti di mio padre. Il mio mutismo dentro al pulmino della scuola.

Ma ricordo anche i calzini appesi al camino per l'Epifania, mia madre che raccontava, mia madre che mi spiegava la storia dal libro delle elementari. Ritorno sempre a lei, che ci leggeva la Genesi la sera, tutti e tre nei nostri letti. E poi se ne andava in camera da mio padre che già dormiva.

Il bagno di casa aveva la vasca di plastica, la camera di noi bimbi era tappezzata di miei disegni, il pavimento era di mattoni rossi e vi era un mattone che per un lungo periodo rimase staccato dal cemento. Una casa dal portone rosso fuoco (anzi, rosso comunista). Il viale che radunava giochi, bambole rotte e coi capelli tagliati. La 500 bianca nella quale venni "imprigionata" e toccata da miei pari, il fermaglio nei miei capelli che spostai perché mia madre non mi credeva.

Penso che se questo fosse il mio ultimo giorno di vita, la mia anima anche morirebbe se la lasciassi senza aver creato una mia Famiglia. Un marito premuroso, presente e lavoratore. Un figlio o due gemelli. Un racconto letto la sera assieme nel nostro letto dopo aver coricato i bambini.
Lui che mi legge L' Immortalità di Kundera.

venerdì 4 novembre 2011

Simone

Si aprì il cancello e lui era lì. Pensai subito che era minuto e delicato e  che la sua immagine era stata nella mia testa.
 Ma poi  mi colpì il suo ascolto alle  mie parole, parole che a volte sembrava sussurrare. Mentre eravamo in auto guardavo le mie gambe e seguivo la sua strada. Parlai tanto.
Mi domandavo dove mi avrebbe portata e fantasticavo casa sua.

Scendemmo dalla macchina e lungo il percorso per arrivare al parco una ragazza ci incantò entrambi: aveva delle scarpe con un bel tacco, un tulle e le scattavano delle foto.
"Cosa vogliamo fare? "
"Dimmelo tu, Simone."
Aspettavo la sua guida come fossi una ballerina. Chissà se a lui piaceva fare il cicerone.
I suoi silenzi erano fatti di ascolto. Ascoltava il momento: ascoltava noi in quel momento e anche tutto ciò che ci circondava.
Seduti entrambi in quella panchina giocavamo con le parole. I gesti bloccati e osservati, nell'attesa di un po' di zucchero filato.

Cosa cerchiamo realmente? desideriamo una cosa per poi fuggirla.
Si parla di vivere (Vivi l'attimo!), ma non tutti gli attimi sono da vivere. Spesso è giusto bruciarli.
E così ci si ritrova senza avere vissuto (o meglio avendo vissuto profondamente dentro di sè e poco fuori).
Simone questo rappresenta ora per me: me stessa con i miei desideri, la mia confusione, l'eccitazione, i silenzi e le solitudini. E' l'empatia segreta di chi legge. Le fantasie volano leggere di pagina in pagina, di foto in foto. Le parole prendono e ti fissano in un sogno ricorrente, il Tuo sogno.
Leggi quelle parole e pensi "Mi ha capito". C'è un sentimento di compassione e di bontà profonda che hai già conosciuto ed è quella che lega. E così quegli occhi di fiamma delicata cadono a guardare altrove. Accettando il dolore e creando delle pagine.

Simone e i suoi libri. Libri come scrigni delle emozioni. Romanzi che parlano di vita e sentimenti, chiusi dentro ad armadi perchè non si sporchino di polvere. Perchè nel riaprirli possa ancora respirare quell'odore pulito che non tradisce. Un odore che sa di infanzia, di carta e quaderni di scuola, di lettere mai scritte a donne innamorate e di silenzi materni. Un odore per il quale non c'è pericolo ad emozionarsi.
Il viso biondo così come i capelli.  Il cuore curioso dei messaggi altrui. Gli occhi color nido di bimbo e mani impegnate a sfogliare pian pian pagine per penetrarle. I Sentimenti e le Emozioni raccontati...

Roma era bellissima in quei giorni. Era una città soleggiata da incontri e da colori per me nuovi. Una città con i suoi tempi così come noi due. Gli alberi alti e maestosi quanto la città, strane biciclette,  teatrini mobili e un uomo che vendeva la Fortuna.

giovedì 8 settembre 2011

Silenzi (a S.)

Silenzi nascosti e ricercati
silenzi sottintesi

Strade aperte alla noia
correnti lucide di nostalgie.

Toccami col tuo silenzio,
tocca il mio orecchio
che sta teso
nell'attesa di un tuo suono

chissà cosa il tuo silenzio nasconde
chissà quali strani pensieri
pensieri che descrivono me
e con me il resto del tuo mondo.

di Sabina Kundera

domenica 31 luglio 2011

Un passo indietro

Scrivere non è solo raccontare storie.
Scrivere è soprattutto capire, farsi raccogliere e contenere.
La dolcezza dello scrivere, lo mette un gradino più in su del parlare.
Lo scrivere quale comunicazione più profonda e sentimentale in passato posticipava il parlare (al tempo dei nostri genitori o anche nell'800.)
Con la scrittura si amplia tutto, tutto si espande o si approfondisce.
La parola pronunciata è più violenta e essenziale.
Oggi il web ha capovolto la cosa:si parte dalla scrittura per tornare alla parola, si fa un passo indietro e dall'anima si torna in superficie. La stessa cosa è successa col sesso:si parte da esso per poi tornare in superficie (quando è solo sesso).

di Sabina.Kundera