Sabrina guardava le foto attaccate alla parete di sughero e si domandava come aveva potuto.
Franco (f come finzione). Lui e la sua smania, la sua attività di uomo d'azione. L'imperativo per lui era "facciamo! così non sentiamo". Anche le sue parole avevano un senso insopportabilmente frenetico. Si alzava la mattina e nemmeno si accorgeva cosa aveva attorno e non perchè fosse preso da se stesso, ma tristemente preso dal fare.
Poi Claudio e le sue tre donne: sua madre, sua zia e sua sorella.
Di Tiziano odiava il nome come tutti i nomi che così concludevano. Li pensava come titoli di uomini passivi e da gestire, che cercavano qualcuna che vergognosamente li guidasse così da fuggire alle responsabilità singole e intime. Uomini molli, senza energia nè fuoco. Il calore scorreva solo su di lei.
E poi c'era Davide, nome che invece lei amava profondamente: Davide e Golia, David Copperfield e la tribù di David...
Eppure anche di lui una foto in quella parete, parete di sughero per giunta, materiale scarso e leggero.
Davide che aveva saputo capirla e che aveva fatto rinascere in lei ciò che era. Che le aveva chiesto compassione e leggerezza, corpo senza anima, l'Impossibile. Corpi alti i loro, che subito vedevi scindersi dalla folla e dire: "noi siamo così e ci siamo riconosciuti sperduti e soli e la nostra nevrosi ci ha uniti. L'inevitabile è la nostra poetica".
Uomo dalle braccia cattive e statuarie le sue, che non osavano alzarsi per un abbraccio, congiunte in parole mostrate per ferire o per una critica. Sorrisi canzonatori, classismo, uso.
Lo ricordava benissimo l'ultimo suo sguardo: lui era alla finestra e guardava il viso impaurito e triste di lei. Una tristezza da smarrimento e una paura non espressa che lui capì. La guardava con occhi pieni di disgusto, disgusto verso un dramma e fu questo a ferirla: il dramma non rispettato. Come ferita da lama arrugginita, sentì il dolore del rifiuto a lei ormai comune.
Ora un altro uomo era seduto di fronte a Sabrina, in una scarna poltrona di altri tempi. Aspettava la risposta al suo quesito appena posto e la fissava.
Sabrina fece una pausa per poter raccogliere i suoi motivi e cominciò:
"Quel pomeriggio avevo notato armonia tra i segni, i segni dello zodiaco, capisce? Cosicchè mi accorsi che i dodici segni tutto univano e non ero più sola. Anche se dio non esisteva tutto aveva senso ora. Questa verità mi raccolse e mi contenne per mesi. Era ciò che si dice un prodotto nell'anima, la Mia.
Così molte cose tornarono sensate, giuste, vere. Ciò che avevo abbandonato lasciando la chiesa lo ritrovai lì. C'era per me un nuovo Padre che nemmeno mia madre aveva mai avuto, un'antica speranza. Parlai di queste mie considerazioni a Irma, la mia amica fidata ma mi guardò come se fossi impazzita. Per cui mi chiusi e da allora non lo raccontai più a nessuno, solo a lei ora dottor D..."
Improvvisamente la sveglia dell'ora trillò violentemente come se dovesse svegliarla al mattino. Sabrina ripetè il solito rito settimanale, si alzò dal divano, indossò la sua giacca, il basco beige e gli occhiali da sole comperati anni addietro e se ne andò.
Da allora Sabrina ricorda solo che alla centrale di polizia, quella vicino al parco a lei familiare, le mostrarono le foto del dottor D. e vicino a quelle tutte le altre foto della parete di sughero.
Le mostrarono pure gli appunti presi in seduta dal terapeuta : ideazioni bizzarre ... si consiglia terapia farmacologica...
Gli agenti poi scattarono una foto a Sabrina che attaccarono ad un quadro di sughero, materiale scarso e leggero.
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