Il cielo grigio contemplava il mio sapore di umido vischio, il mio viso accorto e insieme spaventato. Le carezze del giorno erano da un po' svanite con il sole e sentivo il mio corpo cedere al bisogno di un sogno.
Iniziò così la mia vita solitaria: io rinchiusa in una stanza, io d'inverno innevata di speranza inesistente.
Solitudini accese dal pensare al "passatofuturo".
Ombre su ombre, piombo su piombo e carezze lasciate lì.
Il sole sorse anche quel giorno perchè non poteva sapere il mio urgente e spasmodico bisogno di trovarmi sola, isolata col mio pc per scrivere. Che pausa di insano relax.
Foto di alberi in inverno e di notte, alberi piccoli e in fila, luce lunare che li contempla. Una casa in campagna abitata da chi è chiamato folle...stanze numerate nella casa. Camere a due letti. Di sera si copriva il vetro anteriore dell'auto con un vecchio lenzuolo per stupire il gelo del mattino. Gatti attorno alla casa, botole come buche e finestre sbarrate. Ecco il posto giusto per cacciare i fantasmi del mio sentire: una casa in cui vivevano persone in terapia con farmaci che bloccavano, fino a ucciderle a volte, le emozioni insostenibili a tutti. E io ero l'infermiera di notte.
Leggevo il mio sentire nello schermo, il mio sentire in uno schermo tecnologico per raffreddarlo. Il gelo era fuori e dentro, solo le parole avevano anima. Anime lucenti e brillanti chiuse dentro un corpo sano. Scrivevo e mi liberavo, mi liberavo e acquistavo non leggerezza ma freddezza. E' freddo fuori e dentro è lo stesso. Freddo di spasmi di odio verso l'altro. La rabbia peggiore, concepita da dolore e frustrazione.
Spensi il pc e la mia ombra era andata, fuggita chissà dove nei labirinti del bosco sconosciuto, dove cani passeggiavano smarriti e dove il muschio ricopriva tutto come se fosse un presepe. Fu così che uccisi la mia anima.
2 commenti:
sublime....
è ancora da finire....:)ma non so se lo finirò:D
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