Mi guardava con aria di sfida, del tutto fuori luogo, artificiale, tipica di chi ha sofferto terribilmente la timidezza e l'ha combattuta con tutte le sue forze, e ancora oggi rimane vigile, attenta a non ricadere nel vecchio modo: occhi chini sul pavimento e torcersi le dita sul grembo. Ricordava una donna non più giovane che travolta da un orribile dispiacere prende a indossare vestiti e fiori e a truccarsi in maniera grottesca, una donna uscita dalla propria vera natura e identità che comincia ad abitarne un'altra per dimenticare il suo strazio, come se quegli abiti emotivi non fossero davvero suoi e lo diventino solo, grazie a un desiderio smodato, un'ostinazione di lasciarsi alle spalle un passato che fa franare la vita in un buco nero e irraggiungibile in cui non c'è salvezza anzi c'è morte e disperazione, una morte in vita, una lunga vita morente.
Il suo respiro era pesante per l'eccitazione, come se il fiato dentro fosse talmente tanto, e potente, e quel suo naso sottile, greco, troppo piccolo e delicato per buttarlo fuori tutto. Il rumore di quel respiro che faceva da sottofondo alla conversazione ricordava quello di un vecchio che dorme sul divano, immagine malinconica, come anche il resto di lei, i suoi vestiti in cerca di una femminilità decisa, decisa a cercare e procurarsi piacere, e finalmente vivere, ormai donna, esperienze erotiche senza freni.
Dalle mail, le belle mail selvagge che a volte inviava ad Andrea per dirgli di un libro, o raccontargli un'esperienza, una riflessione o un desiderio, s'intravedeva alle spalle di quella scrittura ansimante e accaldata, un mondo tutto fiori e quasi felicità mentre quando la rivide ebbe l'impressione di trovarsi di fronte a un banco di nebbia coi capelli di un nero gotico; la sua figura, in mezzo a quella sera d'estate pareva uscita da un paesaggio pieno, grave, coperto di solida nebbia e il suo corpo, come anche l'espressione, gli pareva che appartenesse a una persona che da poco si è accorta e con furiosa intensità che la vita è una questione complicatissima e drammatica; e la sua giacca e il resto parevano modellarsi, come una statua di nebbia; il pallore, gli occhi intensi, grandi, che avevano un bel colore, di argini fangosi di fiume e di foglie imbevute di umidità, un marrone chiaro ma fradicio di umore, e con lievi ferite ai lati, traccia forse di dolorose operazioni.
Mi guardava con quell'aria di sfida e una mano sul fianco, come la tengono le sapute mentre osservano la scena prima di commentarla, lasciando trasparire con tenue scherno il loro disinteresse. Eppure, nonostante quella posa da zingara, due delle sue dita non potevano fare a meno di tormentare il passante della corta gonna di jeans che indossava; e tamburellavano sul fianco con un ritmo che poteva essere, anzi quasi sicuramente lo era, linguaggio. Forse voleva esprimere, davvero non so cosa, una paura antica che sempre quasi presente l'accerchiava, come pipistrelli attorno ad un lampione, una indistruttibile paura dell'altro che Andrea conosceva molto bene.
(cont...)
di F. Belacchi - Cinque racconti e una resa dei conti
Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.
di F. Nietzsche
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