mercoledì 25 gennaio 2012

Valzer dei ricordi.

La prima volta che lo vide fu davanti alla porta di casa dell'allora suo appartmento in affitto. Da ciò che si era detto di lui, Sara si era fatta un'immagine di ragazzo dal viso chiaro e quasi angelico, invece le apparve  alla porta altissimo e con lineamenti forti e maschili...le ricordava un che di scimmiesco o meglio un che di arcaico quasi, ma biondo. Come un'immagine da libro delle elementari sugli antenati primitivi.
Oggi, erano passati anni da allora ma Sara ricordava ancora come si sentì in quel mentre. Si sentì fortemente inadeguata a quella situazione. Due sconosciuti piombati nel suo appartamento, appartamento tra l'altro piccolo per la loro costituzione fisica. Vergogna di lei e inadeguatezza del rapporto che era in obbligo e in procinto di crearsi. Lui le piaceva già da ciò che si era detto sul suo conto, ma ora lei, lo sentiva come un ragazzo diverso da quell' immagine uscita da una descrizione. Un ragazzo egoista. Ecco fu quella la sua primissima impressione... Questo fu il primo impatto. A distanza di anni, Sara riflettè che più che egoismo era narcisismo. Era la prima volta che incontrava un narciso forse, o sicuramente la prima volta che ci rifletteva.
Quel giorno andarono tutti al mare. E lei fu allora che ne fu colpita. Lui metteva passione in quel gioco di sassi lanciati, lui lanciava quei sassi marini e senza saperlo la colpiva, la colpiva con lo sfoggio dei suoi libri e della sua curiosità presente in ogni cosa. Curiosità passionale e malinconia  e abbandono nel corpo e negli occhi, non aveva ancora trent'anni...

Il suo nome: Davide, lo stesso nome di suo cugino. Sara aveva un cugino più grande di lei di quasi vent' anni, che aveva sostituito a volte la figura di suo padre. Era un uomo efficiente, rassicurante, sicuro di sè, al quale anche la madre di Sara si rivolgeva per avere aiuto o consigli. Era una figura idealizzata da tutte le donne della famiglia.  Ricordava ancora quando da piccola, all'età più o meno di quattro anni, tra le sue braccia lei gli promise la sua mano. E fu l'unica persona con il quale Sara pianse la morte del padre. Sì, un uomo decisamente troppo idealizzato.
Con Davide iniziò il periodo dei narcisi e della fioritura di cose ferme o nascoste. La fioritura da semi soffocati dal freddo e il nutrimento semplice e naturale con l'acqua alle radici ancora salvabili.
A lui piaceva chiamarla Teresa, nome preso dal personaggio di Tereza ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere".  Tereza/Teresa che tutto trasforma in epifanie e che soffre come una bestiolina, come un cucciolo di cane, per i suoi sentimenti. Straziante per ogni cosa, che ama con tutta se stessa a causa della sua passione e non lo fa quasi mai in silenzio. Teresa /Tereza che si allontana da quel comunismo da paese dell'est d'Europa o da setta americana. Tereza/Teresa con quella madre pesante e ospedalizzata.
E lui poteva essere Tomàs ma anche Edward mani di forbice (di Tim Burton). Quell'aria malinconica che affascina tutte le donne, - Sara pensava sì, - non c'era donna a cui non piaceva. La madre di lui le aveva detto che è o amato o odiato e le aveva annuito sul suo gran cuore.
Le sue mani creative come  quelle di Edward, però non possono abbracciare senza ferire o ferirsi. Sara lo abbracciò insicura. Nessuno descrive meglio di Edward il patema di un narciso, e le favole restano pur sempre leggere.



lunedì 23 gennaio 2012

Una sera.


Mi guardava con aria di sfida, del tutto fuori luogo, artificiale, tipica di chi ha sofferto terribilmente la timidezza e l'ha combattuta con tutte le sue forze, e ancora oggi rimane vigile, attenta a non ricadere nel vecchio modo: occhi chini sul pavimento e torcersi le dita sul grembo. Ricordava una donna non più giovane che travolta da un orribile dispiacere prende a indossare vestiti e fiori e a truccarsi in maniera grottesca, una donna uscita dalla propria vera natura e identità che comincia ad abitarne un'altra per dimenticare il suo strazio, come se quegli abiti emotivi non fossero davvero suoi e lo diventino solo, grazie a un desiderio smodato, un'ostinazione di lasciarsi alle spalle un passato che fa franare la vita in un buco nero e irraggiungibile in cui non c'è salvezza anzi c'è morte e disperazione, una morte in vita, una lunga vita morente.
Il suo respiro era pesante per l'eccitazione, come se il fiato dentro fosse talmente tanto, e potente, e quel suo naso sottile, greco, troppo piccolo e delicato per buttarlo fuori tutto. Il rumore di quel respiro che faceva da sottofondo alla conversazione ricordava quello di un vecchio che dorme sul divano, immagine malinconica, come anche il resto di lei, i suoi vestiti in cerca di una femminilità decisa, decisa a cercare e procurarsi piacere, e finalmente vivere, ormai donna, esperienze erotiche senza freni.
Dalle mail, le belle mail selvagge che a volte inviava ad Andrea per dirgli di un libro, o raccontargli un'esperienza, una riflessione o un desiderio, s'intravedeva alle spalle di quella scrittura ansimante e accaldata, un mondo tutto fiori e quasi felicità mentre quando la rivide ebbe l'impressione di trovarsi di fronte a un banco di nebbia coi capelli di un nero gotico; la sua figura, in mezzo a quella sera d'estate pareva uscita da un paesaggio pieno, grave, coperto di solida nebbia e il suo corpo, come anche l'espressione, gli pareva che appartenesse a una persona che da poco si è accorta e con furiosa intensità che la vita è una questione complicatissima e drammatica; e la sua giacca e il resto parevano modellarsi, come una statua di nebbia; il pallore, gli occhi intensi, grandi, che avevano un bel colore, di argini fangosi di fiume e di foglie imbevute di umidità, un marrone chiaro ma fradicio di umore, e con lievi ferite ai lati, traccia forse di dolorose operazioni.
 Mi guardava con quell'aria di sfida e una mano sul fianco, come la tengono le sapute mentre osservano la scena prima di commentarla, lasciando trasparire con tenue scherno il loro disinteresse. Eppure, nonostante quella posa da zingara, due delle sue dita non potevano fare a meno di tormentare il passante della corta gonna di jeans che indossava; e tamburellavano sul fianco con un ritmo che poteva essere, anzi quasi sicuramente lo era, linguaggio. Forse voleva esprimere, davvero non so cosa, una paura antica che sempre quasi presente l'accerchiava, come pipistrelli attorno ad un lampione, una indistruttibile paura dell'altro che Andrea conosceva molto bene.
(cont...)

di F. Belacchi - Cinque racconti e una resa dei conti



Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.

di F. Nietzsche



martedì 3 gennaio 2012

Stelle e paura

Lui le ricordava un altro sorriso. Lei si stupì di fronte a quella bocca che sorrideva in modo particolare, con la parte centrale del labbro superiore a punta verso il basso. Fu colpita dal quel sorriso fresco e dagli occhi verdi come la sua divisa.
Sara si accorse che le piacevano gli uomini in divisa, non avrebbe mai pensato di subire tale e così comune fascino. Aveva amato i camici bianchi, sì, sono divise pure quelle.
Ora le capitava di scoprire che davanti a quelle stelle cucite su uniformi, a volte si celavano uomini autentici e pieni di responsabilità. Lei ricercava la sua autenticità e la scopriva stranamente lì, coperta da una divisa. Guardava le foto di lui che "arrivavano dal fronte di guerra afghano": aveva uno sguardo malinconico e provato, aveva gli occhi di un ragazzino così come le era apparso la prima e unica volta che si incontrarono dal vivo. I loro sguardi continuarono via web attraverso l'obiettivo mosso di una cam. Quegli occhi color verdemilitare luccicavano come una verdefinestra, per lei erano simbolo di un dono, così come il suo nome.
Lui, il ragazzo dentro una terra piena di rabbia e misteriosa umiliazione. Lui la cui camera esprimeva le sue paure: mai soffocate, mai sdrammatizzate artificialmente ma sentite e esorcizzate da un desiderio del corpo. Un desiderio di vita forte, uniforme e vero come la morte, ben formato come il suo corpo.
Le raccontò dell'inquieta paura di fronte una mina antiuomo che a pochi minuti sarebbe esplosa, di come soffrì, vedendo un militare colpito in un piede sempre da una mina. La follia della paura? No, non è follia ma ragione, è logica e visitata paura. Quel sentimento da cui Sara si era sempre ritirata fin da piccola, che mai aveva visitato appieno, o esplorato intrepidamente come un castello vampiresco la notte...neppure i film dell'orrore era capace di guardare. Entrò a fondo ad una paura solo una volta nella sua vita, perchè non vi era scelta e appena possibile la scansò. Le sue paure erano in passato legate proprio a un desiderio personale. Forte come il suo primo orgasmo.

Questa conoscenza le diede un chè di romantica antichità: di donne di altri tempi che scrivevano a un soldato. Pensava alle crocerossine nei racconti di guerra di Hemingway o alle donne sioux che aspettavano i loro cacciatori. Pensava alle  donne che aspettavano il rientro di un figlio o di un compagno da una missione di guerra. La donna che attende e l'uomo che di quella attesa ne ha contenimento e forza. Era la storia di sempre fin dall'antichità. L'uomo battagliero ed esploratore e la donna ferma che aspetta il suo ritorno, che sa realmente cosa significa aspettare, accogliere e calmare. E fa tutto questo per un desiderio. Altri (e romantici) tempi.

Oggi invece c'erano i loro corpi entrambi asciutti e presenti, semplici e sensuali, entrambi col bisogno di sensazioni intime e abbaglianti per contrastare la paura dell'altro. La paura di sentirsi carezzati dalla morte. Il bisogno di riempire il buio della vertigine vuota.
Tutto ciò non è mai solo carne e corpi. E' fusione, sì, forse anche confusione. E' calore rosso d'inverno e sangue che vive. Paure ascoltate e volute.  E' pelle, abbracci e carezze e baci.  E' ghiaccio di fuoco e brividi. E' eco ed esperienza. E' una zingara che si muove sinuosa dentro l'inverno e attorno alla luna. E' abbandono senza pazzia.

Il suo cuore auspicava  un bouquet di sensazioni da chi le sapesse rubare un sentimento.


mercoledì 21 dicembre 2011

Ma poi non volli cadere negli inutili andirivieni di un sogno

Era un giorno d'inverno buio e come non vissuto. Le luci della città erano mosse come candele e la gente sempre più solitaria. Il caldo dei termosifoni elettrici mi soffocava e l'aria secca, in quelle pareti della stanza, domandava un'apertura, anche una piccola botola.
Il cielo grigio contemplava il mio sapore di umido vischio, il mio viso accorto e insieme spaventato. Le carezze del giorno erano da un po' svanite con il sole e sentivo il mio corpo cedere al bisogno di un sogno.
Iniziò così la mia vita solitaria: io rinchiusa in una stanza, io d'inverno innevata di speranza inesistente.
Solitudini accese dal pensare al "passatofuturo".
Ombre su ombre, piombo su piombo e carezze lasciate lì.
Il sole sorse anche quel giorno perchè non poteva sapere il mio urgente e spasmodico bisogno di trovarmi sola, isolata col mio pc per scrivere. Che pausa di insano relax.

Davide che in quella foto sembrava fosse in posa pur non standoci: guardava un testo nella libreria, fermi erano i suoi occhi e sentiva, come di sbieco, l'osservatore. La posa di un uomo che guarda le idee del mondo, assente, solo con se stesso. Solo con quel desiderio di rimanere tale.
Foto di alberi in inverno e di notte, alberi piccoli e in fila, luce lunare che li contempla. Una casa in campagna abitata da chi è chiamato folle...stanze numerate nella casa. Camere a due letti. Di sera si copriva il vetro anteriore dell'auto con un vecchio lenzuolo per stupire il gelo del mattino. Gatti attorno alla casa, botole come buche e finestre sbarrate. Ecco il posto giusto per cacciare i fantasmi del mio sentire: una casa in cui vivevano persone in terapia con farmaci che bloccavano, fino a ucciderle a volte, le emozioni insostenibili a tutti. E io ero l'infermiera di notte.

Leggevo il mio sentire nello schermo, il mio sentire in uno schermo tecnologico per raffreddarlo. Il gelo era fuori e dentro, solo le parole avevano anima. Anime lucenti e brillanti chiuse dentro un corpo sano. Scrivevo e mi liberavo, mi liberavo e acquistavo non leggerezza ma freddezza. E' freddo fuori e dentro è lo stesso. Freddo di spasmi di odio verso l'altro. La rabbia peggiore, concepita da dolore e frustrazione.

Spensi il pc e la mia ombra era andata, fuggita chissà dove nei labirinti del bosco sconosciuto, dove cani passeggiavano smarriti e dove il muschio ricopriva tutto come se fosse un presepe. Fu così che uccisi la mia anima.

martedì 20 dicembre 2011

Aniela

Occhi e capelli nerocarbone
lieve musica delicata il suo sogno.
Smarrimento, davanti a una palude di solitudine accesa
da boati frementi dentro al suo cuore di gomma bucata.

Quando il mattino è concluso,
di fianco a una radio si apparta
cercando dei suoni leggeri
che ricordino il cuore di una vita accucciata.

Unghie perfette dipinte di lava
gambe cresciute senza età
schiena spezzata e sedia a rotelle
cuore sorretto da aiuti abbozzati.

La sua bambola senza naso,
piccolo oggetto che lascia
con una  famiglia senzasenso.

Mi regalo' una piccola stella
e tenne la Luna.

giovedì 8 dicembre 2011

Lilli (lilith)

Quel pomeriggio andammo assieme in una casa in campagna per comperare della verdura da una contadina. Mentre aspettavamo che la signora si liberasse da altri clienti, sbucò fuori da un lato un cucciolo di un gattino: E' una femmina, dissi. Ricordavo di avere letto da qualche parte che i gatti tricolore sono sempre femmine per dei giochi di DNA che non ricordo.
Camminava debolmente e non in linea, si trascinava quasi a nascondersi tra i fili d'erba delicati, così piccola ma già esausta.
Poco più in là vedemmo anche la madre e i suoi fratelli. Questi si attaccavano con voracia e quasi rabbia alle mammelle materne come a seccarle. La mammagatta sembrava vecchia, era piccola e di un grigio scuro consumato e sbiadito. La piccola tricolore si portò  dalla madre tentando di prendere qualche goccina di latte (non so perchè ma ebbi l'idea che a lei sarebbero bastate anche solo tre gocce per riuscire ad alzarsi) ...si avvicinò ma i suoi fratelli non le lasciarono spazio, lei non lottò per averlo, nulla fece la madre per darglielo.

"Portatemene via uno" sbruffò la signora. Mia madre non disse nulla, la vidi guardare quel piccolo cucciolo di femmina dai bellissimi colori rosso, grigio e bianco, pelo spettinato."La chiamo Lilli" mi disse in auto, "così come mi chiamava mia madre da piccola".

Mia zia, sorella maggiore di mia madre, mi ha raccontato che un giorno, mia madre adolescente fu portata in visita da un medico specialista perchè pensava, a causa di un po' di peluria di non essere una donna. Il medico le visitò tutto il corpo e la sua diagnosi fu:è una donna con tutti gli attributi e anche più!
Fu l'ultima figlia di una nidiata di cinque, da una madre ormai prossima alla menopausa. Nacque che era molto piccola e la madre non aveva il latte a causa della sua età; i suoi fratelli erano già grandi, quasi da matrimonio; non fu quindi programmata, nè forse desiderata.
Vedo che quando scrivo torno spesso a lei, più che a mio padre. Un astrologo una volta mi disse che il mio destino è quello di mia madre, ma io non finirò come lei. E' il destino di una donna non "espressa" per quelle che erano le sue possibilità. Anzi meglio, le sue potenzialità. O come direbbe semplicemente Jung, la sua natura.
La sua è la storia di una donna con la D maiuscola che non è stata creduta. Non ha scoperto che esisteva la sua D di donna dalle belle forme (piccole e belle forme), dal cuore sognante su letture di libri della biblioteca parrocchiale e dalla possibilità di essere un'intellettuale poco pratica. Ma fece l'errore di domandare il suo futuro agli altri "solo" per essere accettata dal padre.Mi viene in mente la storia biblica delle lenticchie rosse vendute per una primogenitura o prese per perderla.

Il mio bisnonno, una figura quasi mitologica della mia famiglia (si racconta della sua altezza di quasi due metri e della sua forza capace di schiacciare le mandorle con le mani), prendeva spesso mia madre sulle sue ginocchia. Poi le dava cinque lire.
Un giorno passeggiavo con lei sempre in campagna, mi raccontò che suo nonno usava chiamarla col nome di una prostituta che si sapeva frequentasse (Amelia invece che Elia) e che suo padre  li canzonava. Una storia che mi fece rabbrivididre e piangere dentro. Mia madre lo raccontava con una leggera tristezza, intiepidita ma non umida, secca quasi,come se raccontasse di una visita pastorale presso una persona malata.
Mi raccontò anche di quando tornando dalla scuola, seppe della morte del vecchio nonno e fu mandata dai suoi a mangiare da un'amica e di come il  pranzo di fagioli fosse stato cucinato languido. Il cucchiaio prendeva quel pasto, che ci si aspettava fosse un pasto forte e invernale, condito da odori di casa e di piccolo paese, ma invece era solo freddo, viscido e freddo languore...

Questa necessità di scrivere e di andare a fondo per tirare - come scrive un mio conoscente - le somme, i conti.  Scrivere di dolore senza però appesantire, no!.. nulla di pesante vorrei uscisse. Solo liberazione per me e per mia madre. E per tutte le Donne giostrate dalla famiglia, per quelle che si ribellano così come per quelle più remissive.
Liberazione.
Chissà se la libertà è pesante o leggera? L'immagine è spesso di leggerezza: libertà spesso disegnata come cielo pulito e arioso, come rondini, oppure come farfalle delicate...sì, farfalle, questo è il simbolo che preferisco. Ali che possono solo essere leggere altrimenti non avrebbero un senso, ali come petali su petali e poi c'è anche la storia del bruco che mi piace!

Scrivere e fare uscire nelle parole scritte e ferme la vera essenza del dolore. Mi libero mentre quel dolore si ripete,  piango e mi leggo nello schermo appannato dalle lacrime che lavano gli occhi. "Le lacrime lavano gli occhi" me lo ha detto la mia vicina al piano terra.
Libertà e responsabilità. Libertà è responsabilità, è quindi crescere e andare avanti con quel dolore che si è scoperto che possa creare e costruire. Mi torna in mente Auster e il suo primo romanzo pubblicato col suo vero nome L'invenzione della solitudine e di come , dopo quel suo romanzo, iniziò a scrivere storie che non parlavano esplicitamente di se stesso ma vere storie fantastiche...ecco che dopo la sua liberazione iniziò a parlare in modo collettivo, quindi più diramato, dunque più leggero.
Come lui stesso riporta da Eraclito: "Nella ricerca della verità sii pronto a imbatterti nell'inatteso, perchè essa è difficile da trovare, e, una volta trovata, stupefacente".

Ora mi ritrovo quì, al mio smonto notte pergiunta, a ripensare a  lilith, nome casualmente uscito da una gattina.
Ma il gatto non è nero come la Luna: lilith,  la donna che dà dolore all'uomo e a suo figlio.
La ribelle al volere del padre, la donna discriminata e nominata, la donna che non chiedeva nient'altro che di essere se stessa, di poter esprimere la sua passione, la sua sessualità, il suo getto e ìmpeto soprattutto.
Alcuni angeli sembra la seguissero quando fu scacciata dall'Eden perchè risaputa come donna che ha avuto dolore. Ma da quel dolore creò qualcosa, un simbolo, un sogno o forse una magia.

domenica 4 dicembre 2011

Sughero

Sabrina guardava le foto attaccate alla parete di sughero e si domandava come aveva potuto.
Franco (f come finzione). Lui e la sua smania, la sua attività di uomo d'azione. L'imperativo per lui era "facciamo! così non sentiamo". Anche le sue parole avevano  un senso insopportabilmente frenetico. Si alzava la mattina e nemmeno si accorgeva cosa aveva attorno e non perchè fosse preso da se stesso, ma tristemente preso dal fare.
Poi Claudio e le sue tre donne: sua madre, sua zia e sua sorella.
Di Tiziano odiava il nome come tutti i nomi che così concludevano. Li pensava come titoli di uomini passivi e  da gestire, che cercavano qualcuna che vergognosamente li guidasse così da fuggire alle responsabilità singole e intime. Uomini molli, senza energia nè fuoco. Il calore scorreva solo su di lei.

E poi c'era Davide, nome che invece lei amava profondamente: Davide e Golia, David Copperfield e  la tribù di David...
Eppure anche di lui una foto in quella parete, parete di sughero per giunta, materiale scarso e leggero. 
Davide che aveva saputo capirla e che aveva fatto rinascere in lei ciò che era. Che le aveva chiesto compassione e leggerezza, corpo senza anima, l'Impossibile. Corpi alti i loro, che subito vedevi scindersi dalla folla e dire: "noi siamo così e ci siamo riconosciuti sperduti e soli e la nostra nevrosi ci ha uniti. L'inevitabile è la nostra poetica".
Uomo dalle braccia cattive e statuarie le sue, che non osavano alzarsi per un abbraccio, congiunte in parole mostrate per ferire o per una critica. Sorrisi canzonatori, classismo, uso.
Lo ricordava benissimo l'ultimo suo sguardo: lui era alla finestra e guardava il viso impaurito e triste di lei. Una tristezza da smarrimento e una paura non espressa che lui capì. La guardava con occhi pieni di disgusto, disgusto verso un dramma e fu questo a ferirla: il dramma non rispettato. Come ferita da lama arrugginita, sentì il dolore del rifiuto a lei ormai comune.

Ora un altro uomo era seduto di fronte a Sabrina, in una scarna poltrona di altri tempi. Aspettava la risposta al suo quesito appena posto e la fissava.
Sabrina fece una pausa per poter raccogliere i suoi motivi e cominciò:
"Quel pomeriggio avevo notato armonia tra i segni, i segni dello zodiaco, capisce? Cosicchè mi accorsi che i dodici segni tutto univano e non ero più sola. Anche se dio non esisteva tutto aveva senso ora. Questa verità mi raccolse e mi contenne per mesi. Era ciò che si dice un prodotto nell'anima, la Mia.
Così molte cose tornarono sensate, giuste, vere. Ciò che avevo abbandonato lasciando la chiesa lo ritrovai lì. C'era per me un nuovo Padre che nemmeno mia madre aveva mai avuto, un'antica speranza. Parlai di queste mie considerazioni a Irma, la mia amica fidata ma mi guardò come se fossi impazzita. Per cui mi chiusi e da allora non lo raccontai più a nessuno, solo  a lei ora dottor D..." 
Improvvisamente la sveglia dell'ora trillò violentemente come se dovesse svegliarla al mattino. Sabrina ripetè il solito rito settimanale, si alzò dal divano, indossò la sua giacca, il basco beige e gli occhiali da sole comperati anni addietro e se ne andò.

Da allora Sabrina ricorda solo che alla centrale di polizia, quella vicino al parco a lei familiare, le mostrarono le foto del dottor D. e vicino a quelle tutte le altre foto della parete di sughero.
Le mostrarono pure gli appunti presi in seduta dal terapeuta : ideazioni bizzarre ... si consiglia terapia farmacologica...

Gli agenti poi scattarono una foto a Sabrina che attaccarono ad un quadro di sughero, materiale scarso e leggero.