martedì 3 gennaio 2012

Stelle e paura

Lui le ricordava un altro sorriso. Lei si stupì di fronte a quella bocca che sorrideva in modo particolare, con la parte centrale del labbro superiore a punta verso il basso. Fu colpita dal quel sorriso fresco e dagli occhi verdi come la sua divisa.
Sara si accorse che le piacevano gli uomini in divisa, non avrebbe mai pensato di subire tale e così comune fascino. Aveva amato i camici bianchi, sì, sono divise pure quelle.
Ora le capitava di scoprire che davanti a quelle stelle cucite su uniformi, a volte si celavano uomini autentici e pieni di responsabilità. Lei ricercava la sua autenticità e la scopriva stranamente lì, coperta da una divisa. Guardava le foto di lui che "arrivavano dal fronte di guerra afghano": aveva uno sguardo malinconico e provato, aveva gli occhi di un ragazzino così come le era apparso la prima e unica volta che si incontrarono dal vivo. I loro sguardi continuarono via web attraverso l'obiettivo mosso di una cam. Quegli occhi color verdemilitare luccicavano come una verdefinestra, per lei erano simbolo di un dono, così come il suo nome.
Lui, il ragazzo dentro una terra piena di rabbia e misteriosa umiliazione. Lui la cui camera esprimeva le sue paure: mai soffocate, mai sdrammatizzate artificialmente ma sentite e esorcizzate da un desiderio del corpo. Un desiderio di vita forte, uniforme e vero come la morte, ben formato come il suo corpo.
Le raccontò dell'inquieta paura di fronte una mina antiuomo che a pochi minuti sarebbe esplosa, di come soffrì, vedendo un militare colpito in un piede sempre da una mina. La follia della paura? No, non è follia ma ragione, è logica e visitata paura. Quel sentimento da cui Sara si era sempre ritirata fin da piccola, che mai aveva visitato appieno, o esplorato intrepidamente come un castello vampiresco la notte...neppure i film dell'orrore era capace di guardare. Entrò a fondo ad una paura solo una volta nella sua vita, perchè non vi era scelta e appena possibile la scansò. Le sue paure erano in passato legate proprio a un desiderio personale. Forte come il suo primo orgasmo.

Questa conoscenza le diede un chè di romantica antichità: di donne di altri tempi che scrivevano a un soldato. Pensava alle crocerossine nei racconti di guerra di Hemingway o alle donne sioux che aspettavano i loro cacciatori. Pensava alle  donne che aspettavano il rientro di un figlio o di un compagno da una missione di guerra. La donna che attende e l'uomo che di quella attesa ne ha contenimento e forza. Era la storia di sempre fin dall'antichità. L'uomo battagliero ed esploratore e la donna ferma che aspetta il suo ritorno, che sa realmente cosa significa aspettare, accogliere e calmare. E fa tutto questo per un desiderio. Altri (e romantici) tempi.

Oggi invece c'erano i loro corpi entrambi asciutti e presenti, semplici e sensuali, entrambi col bisogno di sensazioni intime e abbaglianti per contrastare la paura dell'altro. La paura di sentirsi carezzati dalla morte. Il bisogno di riempire il buio della vertigine vuota.
Tutto ciò non è mai solo carne e corpi. E' fusione, sì, forse anche confusione. E' calore rosso d'inverno e sangue che vive. Paure ascoltate e volute.  E' pelle, abbracci e carezze e baci.  E' ghiaccio di fuoco e brividi. E' eco ed esperienza. E' una zingara che si muove sinuosa dentro l'inverno e attorno alla luna. E' abbandono senza pazzia.

Il suo cuore auspicava  un bouquet di sensazioni da chi le sapesse rubare un sentimento.


mercoledì 21 dicembre 2011

Ma poi non volli cadere negli inutili andirivieni di un sogno

Era un giorno d'inverno buio e come non vissuto. Le luci della città erano mosse come candele e la gente sempre più solitaria. Il caldo dei termosifoni elettrici mi soffocava e l'aria secca, in quelle pareti della stanza, domandava un'apertura, anche una piccola botola.
Il cielo grigio contemplava il mio sapore di umido vischio, il mio viso accorto e insieme spaventato. Le carezze del giorno erano da un po' svanite con il sole e sentivo il mio corpo cedere al bisogno di un sogno.
Iniziò così la mia vita solitaria: io rinchiusa in una stanza, io d'inverno innevata di speranza inesistente.
Solitudini accese dal pensare al "passatofuturo".
Ombre su ombre, piombo su piombo e carezze lasciate lì.
Il sole sorse anche quel giorno perchè non poteva sapere il mio urgente e spasmodico bisogno di trovarmi sola, isolata col mio pc per scrivere. Che pausa di insano relax.

Davide che in quella foto sembrava fosse in posa pur non standoci: guardava un testo nella libreria, fermi erano i suoi occhi e sentiva, come di sbieco, l'osservatore. La posa di un uomo che guarda le idee del mondo, assente, solo con se stesso. Solo con quel desiderio di rimanere tale.
Foto di alberi in inverno e di notte, alberi piccoli e in fila, luce lunare che li contempla. Una casa in campagna abitata da chi è chiamato folle...stanze numerate nella casa. Camere a due letti. Di sera si copriva il vetro anteriore dell'auto con un vecchio lenzuolo per stupire il gelo del mattino. Gatti attorno alla casa, botole come buche e finestre sbarrate. Ecco il posto giusto per cacciare i fantasmi del mio sentire: una casa in cui vivevano persone in terapia con farmaci che bloccavano, fino a ucciderle a volte, le emozioni insostenibili a tutti. E io ero l'infermiera di notte.

Leggevo il mio sentire nello schermo, il mio sentire in uno schermo tecnologico per raffreddarlo. Il gelo era fuori e dentro, solo le parole avevano anima. Anime lucenti e brillanti chiuse dentro un corpo sano. Scrivevo e mi liberavo, mi liberavo e acquistavo non leggerezza ma freddezza. E' freddo fuori e dentro è lo stesso. Freddo di spasmi di odio verso l'altro. La rabbia peggiore, concepita da dolore e frustrazione.

Spensi il pc e la mia ombra era andata, fuggita chissà dove nei labirinti del bosco sconosciuto, dove cani passeggiavano smarriti e dove il muschio ricopriva tutto come se fosse un presepe. Fu così che uccisi la mia anima.

martedì 20 dicembre 2011

Aniela

Occhi e capelli nerocarbone
lieve musica delicata il suo sogno.
Smarrimento, davanti a una palude di solitudine accesa
da boati frementi dentro al suo cuore di gomma bucata.

Quando il mattino è concluso,
di fianco a una radio si apparta
cercando dei suoni leggeri
che ricordino il cuore di una vita accucciata.

Unghie perfette dipinte di lava
gambe cresciute senza età
schiena spezzata e sedia a rotelle
cuore sorretto da aiuti abbozzati.

La sua bambola senza naso,
piccolo oggetto che lascia
con una  famiglia senzasenso.

Mi regalo' una piccola stella
e tenne la Luna.

giovedì 8 dicembre 2011

Lilli (lilith)

Quel pomeriggio andammo assieme in una casa in campagna per comperare della verdura da una contadina. Mentre aspettavamo che la signora si liberasse da altri clienti, sbucò fuori da un lato un cucciolo di un gattino: E' una femmina, dissi. Ricordavo di avere letto da qualche parte che i gatti tricolore sono sempre femmine per dei giochi di DNA che non ricordo.
Camminava debolmente e non in linea, si trascinava quasi a nascondersi tra i fili d'erba delicati, così piccola ma già esausta.
Poco più in là vedemmo anche la madre e i suoi fratelli. Questi si attaccavano con voracia e quasi rabbia alle mammelle materne come a seccarle. La mammagatta sembrava vecchia, era piccola e di un grigio scuro consumato e sbiadito. La piccola tricolore si portò  dalla madre tentando di prendere qualche goccina di latte (non so perchè ma ebbi l'idea che a lei sarebbero bastate anche solo tre gocce per riuscire ad alzarsi) ...si avvicinò ma i suoi fratelli non le lasciarono spazio, lei non lottò per averlo, nulla fece la madre per darglielo.

"Portatemene via uno" sbruffò la signora. Mia madre non disse nulla, la vidi guardare quel piccolo cucciolo di femmina dai bellissimi colori rosso, grigio e bianco, pelo spettinato."La chiamo Lilli" mi disse in auto, "così come mi chiamava mia madre da piccola".

Mia zia, sorella maggiore di mia madre, mi ha raccontato che un giorno, mia madre adolescente fu portata in visita da un medico specialista perchè pensava, a causa di un po' di peluria di non essere una donna. Il medico le visitò tutto il corpo e la sua diagnosi fu:è una donna con tutti gli attributi e anche più!
Fu l'ultima figlia di una nidiata di cinque, da una madre ormai prossima alla menopausa. Nacque che era molto piccola e la madre non aveva il latte a causa della sua età; i suoi fratelli erano già grandi, quasi da matrimonio; non fu quindi programmata, nè forse desiderata.
Vedo che quando scrivo torno spesso a lei, più che a mio padre. Un astrologo una volta mi disse che il mio destino è quello di mia madre, ma io non finirò come lei. E' il destino di una donna non "espressa" per quelle che erano le sue possibilità. Anzi meglio, le sue potenzialità. O come direbbe semplicemente Jung, la sua natura.
La sua è la storia di una donna con la D maiuscola che non è stata creduta. Non ha scoperto che esisteva la sua D di donna dalle belle forme (piccole e belle forme), dal cuore sognante su letture di libri della biblioteca parrocchiale e dalla possibilità di essere un'intellettuale poco pratica. Ma fece l'errore di domandare il suo futuro agli altri "solo" per essere accettata dal padre.Mi viene in mente la storia biblica delle lenticchie rosse vendute per una primogenitura o prese per perderla.

Il mio bisnonno, una figura quasi mitologica della mia famiglia (si racconta della sua altezza di quasi due metri e della sua forza capace di schiacciare le mandorle con le mani), prendeva spesso mia madre sulle sue ginocchia. Poi le dava cinque lire.
Un giorno passeggiavo con lei sempre in campagna, mi raccontò che suo nonno usava chiamarla col nome di una prostituta che si sapeva frequentasse (Amelia invece che Elia) e che suo padre  li canzonava. Una storia che mi fece rabbrivididre e piangere dentro. Mia madre lo raccontava con una leggera tristezza, intiepidita ma non umida, secca quasi,come se raccontasse di una visita pastorale presso una persona malata.
Mi raccontò anche di quando tornando dalla scuola, seppe della morte del vecchio nonno e fu mandata dai suoi a mangiare da un'amica e di come il  pranzo di fagioli fosse stato cucinato languido. Il cucchiaio prendeva quel pasto, che ci si aspettava fosse un pasto forte e invernale, condito da odori di casa e di piccolo paese, ma invece era solo freddo, viscido e freddo languore...

Questa necessità di scrivere e di andare a fondo per tirare - come scrive un mio conoscente - le somme, i conti.  Scrivere di dolore senza però appesantire, no!.. nulla di pesante vorrei uscisse. Solo liberazione per me e per mia madre. E per tutte le Donne giostrate dalla famiglia, per quelle che si ribellano così come per quelle più remissive.
Liberazione.
Chissà se la libertà è pesante o leggera? L'immagine è spesso di leggerezza: libertà spesso disegnata come cielo pulito e arioso, come rondini, oppure come farfalle delicate...sì, farfalle, questo è il simbolo che preferisco. Ali che possono solo essere leggere altrimenti non avrebbero un senso, ali come petali su petali e poi c'è anche la storia del bruco che mi piace!

Scrivere e fare uscire nelle parole scritte e ferme la vera essenza del dolore. Mi libero mentre quel dolore si ripete,  piango e mi leggo nello schermo appannato dalle lacrime che lavano gli occhi. "Le lacrime lavano gli occhi" me lo ha detto la mia vicina al piano terra.
Libertà e responsabilità. Libertà è responsabilità, è quindi crescere e andare avanti con quel dolore che si è scoperto che possa creare e costruire. Mi torna in mente Auster e il suo primo romanzo pubblicato col suo vero nome L'invenzione della solitudine e di come , dopo quel suo romanzo, iniziò a scrivere storie che non parlavano esplicitamente di se stesso ma vere storie fantastiche...ecco che dopo la sua liberazione iniziò a parlare in modo collettivo, quindi più diramato, dunque più leggero.
Come lui stesso riporta da Eraclito: "Nella ricerca della verità sii pronto a imbatterti nell'inatteso, perchè essa è difficile da trovare, e, una volta trovata, stupefacente".

Ora mi ritrovo quì, al mio smonto notte pergiunta, a ripensare a  lilith, nome casualmente uscito da una gattina.
Ma il gatto non è nero come la Luna: lilith,  la donna che dà dolore all'uomo e a suo figlio.
La ribelle al volere del padre, la donna discriminata e nominata, la donna che non chiedeva nient'altro che di essere se stessa, di poter esprimere la sua passione, la sua sessualità, il suo getto e ìmpeto soprattutto.
Alcuni angeli sembra la seguissero quando fu scacciata dall'Eden perchè risaputa come donna che ha avuto dolore. Ma da quel dolore creò qualcosa, un simbolo, un sogno o forse una magia.

domenica 4 dicembre 2011

Sughero

Sabrina guardava le foto attaccate alla parete di sughero e si domandava come aveva potuto.
Franco (f come finzione). Lui e la sua smania, la sua attività di uomo d'azione. L'imperativo per lui era "facciamo! così non sentiamo". Anche le sue parole avevano  un senso insopportabilmente frenetico. Si alzava la mattina e nemmeno si accorgeva cosa aveva attorno e non perchè fosse preso da se stesso, ma tristemente preso dal fare.
Poi Claudio e le sue tre donne: sua madre, sua zia e sua sorella.
Di Tiziano odiava il nome come tutti i nomi che così concludevano. Li pensava come titoli di uomini passivi e  da gestire, che cercavano qualcuna che vergognosamente li guidasse così da fuggire alle responsabilità singole e intime. Uomini molli, senza energia nè fuoco. Il calore scorreva solo su di lei.

E poi c'era Davide, nome che invece lei amava profondamente: Davide e Golia, David Copperfield e  la tribù di David...
Eppure anche di lui una foto in quella parete, parete di sughero per giunta, materiale scarso e leggero. 
Davide che aveva saputo capirla e che aveva fatto rinascere in lei ciò che era. Che le aveva chiesto compassione e leggerezza, corpo senza anima, l'Impossibile. Corpi alti i loro, che subito vedevi scindersi dalla folla e dire: "noi siamo così e ci siamo riconosciuti sperduti e soli e la nostra nevrosi ci ha uniti. L'inevitabile è la nostra poetica".
Uomo dalle braccia cattive e statuarie le sue, che non osavano alzarsi per un abbraccio, congiunte in parole mostrate per ferire o per una critica. Sorrisi canzonatori, classismo, uso.
Lo ricordava benissimo l'ultimo suo sguardo: lui era alla finestra e guardava il viso impaurito e triste di lei. Una tristezza da smarrimento e una paura non espressa che lui capì. La guardava con occhi pieni di disgusto, disgusto verso un dramma e fu questo a ferirla: il dramma non rispettato. Come ferita da lama arrugginita, sentì il dolore del rifiuto a lei ormai comune.

Ora un altro uomo era seduto di fronte a Sabrina, in una scarna poltrona di altri tempi. Aspettava la risposta al suo quesito appena posto e la fissava.
Sabrina fece una pausa per poter raccogliere i suoi motivi e cominciò:
"Quel pomeriggio avevo notato armonia tra i segni, i segni dello zodiaco, capisce? Cosicchè mi accorsi che i dodici segni tutto univano e non ero più sola. Anche se dio non esisteva tutto aveva senso ora. Questa verità mi raccolse e mi contenne per mesi. Era ciò che si dice un prodotto nell'anima, la Mia.
Così molte cose tornarono sensate, giuste, vere. Ciò che avevo abbandonato lasciando la chiesa lo ritrovai lì. C'era per me un nuovo Padre che nemmeno mia madre aveva mai avuto, un'antica speranza. Parlai di queste mie considerazioni a Irma, la mia amica fidata ma mi guardò come se fossi impazzita. Per cui mi chiusi e da allora non lo raccontai più a nessuno, solo  a lei ora dottor D..." 
Improvvisamente la sveglia dell'ora trillò violentemente come se dovesse svegliarla al mattino. Sabrina ripetè il solito rito settimanale, si alzò dal divano, indossò la sua giacca, il basco beige e gli occhiali da sole comperati anni addietro e se ne andò.

Da allora Sabrina ricorda solo che alla centrale di polizia, quella vicino al parco a lei familiare, le mostrarono le foto del dottor D. e vicino a quelle tutte le altre foto della parete di sughero.
Le mostrarono pure gli appunti presi in seduta dal terapeuta : ideazioni bizzarre ... si consiglia terapia farmacologica...

Gli agenti poi scattarono una foto a Sabrina che attaccarono ad un quadro di sughero, materiale scarso e leggero.

giovedì 10 novembre 2011

Non dimentico (per non dimenticarMi)

 Il ricordo è un possesso, è un sogno ed è sicuramente autentico, non deve dimostrare nulla oramai perchè è passato. Non necessita di dire "va tutto bene". I ricordi sono la parte vera di noi stessi.
Come un sogno il ricordo si pulisce e si amplifica. Il ricordo è fantasia sul passato e desiderio di felicità fermato.


Ricordo che fin da piccola a casa nostra volavano gli urli assieme agli oggetti, e le lacrime di mia madre cadevano come colla sul suo viso. Ricordo le bottiglie vuote nel pavimento al ritorno da un viaggio, e il tavolo della cucina ferito in un angolo, da un coltello.
 La macchina da cucire di mia madre costruiva bambole e vestitini per noi figli. Ripenso al tavolo di bambù nel salottino assieme alle sedie altrettanto di bambù, gialle e scomode.
Ricordo mia sorella che piangeva perchè la picchiavo e poi baciandola le dicevo di non dirlo alla mamma - e lei che mi ascoltava. E ricordo il coperchio di plastica del latte in polvere della Plasmon su cui avevo disegnato un viso, la mia nuova bambola.
E poi ricordo mio fratello che fermava mio padre e difendeva mia madre, la vetrata della porta che si ruppe, l'odore di alcool mischiato a olio di motori e di officina di mio padre.
Ricordo poi la mia vergogna da adolescente in paese per gli urli di mia madre e i vestiti di mio padre. Il mio mutismo dentro al pulmino della scuola.

Ma ricordo anche i calzini appesi al camino per l'Epifania, mia madre che raccontava, mia madre che mi spiegava la storia dal libro delle elementari. Ritorno sempre a lei, che ci leggeva la Genesi la sera, tutti e tre nei nostri letti. E poi se ne andava in camera da mio padre che già dormiva.

Il bagno di casa aveva la vasca di plastica, la camera di noi bimbi era tappezzata di miei disegni, il pavimento era di mattoni rossi e vi era un mattone che per un lungo periodo rimase staccato dal cemento. Una casa dal portone rosso fuoco (anzi, rosso comunista). Il viale che radunava giochi, bambole rotte e coi capelli tagliati. La 500 bianca nella quale venni "imprigionata" e toccata da miei pari, il fermaglio nei miei capelli che spostai perché mia madre non mi credeva.

Penso che se questo fosse il mio ultimo giorno di vita, la mia anima anche morirebbe se la lasciassi senza aver creato una mia Famiglia. Un marito premuroso, presente e lavoratore. Un figlio o due gemelli. Un racconto letto la sera assieme nel nostro letto dopo aver coricato i bambini.
Lui che mi legge L' Immortalità di Kundera.

venerdì 4 novembre 2011

Simone

Si aprì il cancello e lui era lì. Pensai subito che era minuto e delicato e  che la sua immagine era stata nella mia testa.
 Ma poi  mi colpì il suo ascolto alle  mie parole, parole che a volte sembrava sussurrare. Mentre eravamo in auto guardavo le mie gambe e seguivo la sua strada. Parlai tanto.
Mi domandavo dove mi avrebbe portata e fantasticavo casa sua.

Scendemmo dalla macchina e lungo il percorso per arrivare al parco una ragazza ci incantò entrambi: aveva delle scarpe con un bel tacco, un tulle e le scattavano delle foto.
"Cosa vogliamo fare? "
"Dimmelo tu, Simone."
Aspettavo la sua guida come fossi una ballerina. Chissà se a lui piaceva fare il cicerone.
I suoi silenzi erano fatti di ascolto. Ascoltava il momento: ascoltava noi in quel momento e anche tutto ciò che ci circondava.
Seduti entrambi in quella panchina giocavamo con le parole. I gesti bloccati e osservati, nell'attesa di un po' di zucchero filato.

Cosa cerchiamo realmente? desideriamo una cosa per poi fuggirla.
Si parla di vivere (Vivi l'attimo!), ma non tutti gli attimi sono da vivere. Spesso è giusto bruciarli.
E così ci si ritrova senza avere vissuto (o meglio avendo vissuto profondamente dentro di sè e poco fuori).
Simone questo rappresenta ora per me: me stessa con i miei desideri, la mia confusione, l'eccitazione, i silenzi e le solitudini. E' l'empatia segreta di chi legge. Le fantasie volano leggere di pagina in pagina, di foto in foto. Le parole prendono e ti fissano in un sogno ricorrente, il Tuo sogno.
Leggi quelle parole e pensi "Mi ha capito". C'è un sentimento di compassione e di bontà profonda che hai già conosciuto ed è quella che lega. E così quegli occhi di fiamma delicata cadono a guardare altrove. Accettando il dolore e creando delle pagine.

Simone e i suoi libri. Libri come scrigni delle emozioni. Romanzi che parlano di vita e sentimenti, chiusi dentro ad armadi perchè non si sporchino di polvere. Perchè nel riaprirli possa ancora respirare quell'odore pulito che non tradisce. Un odore che sa di infanzia, di carta e quaderni di scuola, di lettere mai scritte a donne innamorate e di silenzi materni. Un odore per il quale non c'è pericolo ad emozionarsi.
Il viso biondo così come i capelli.  Il cuore curioso dei messaggi altrui. Gli occhi color nido di bimbo e mani impegnate a sfogliare pian pian pagine per penetrarle. I Sentimenti e le Emozioni raccontati...

Roma era bellissima in quei giorni. Era una città soleggiata da incontri e da colori per me nuovi. Una città con i suoi tempi così come noi due. Gli alberi alti e maestosi quanto la città, strane biciclette,  teatrini mobili e un uomo che vendeva la Fortuna.