sabato 21 luglio 2012

Elettrico blu


Quando uno vive in centro trova praticamente tutto quello che gli serve
(C. McCarthy - Suttree)

Carmela era dentro a un sogno invernale, fatto di un cielo di metallo e di cobalto, dentro il suo appartamento così poco ricercato.
Il suo, era un appartamento di quelli costruiti negli anni quaranta, nel dopoguerra. Ex case popolari di un quartiere chiamato ironicamente Hollywood. Appartamenti a due stanze più il bagno. Il bagno con la finestra. La camera da letto costruita in modo da far dormire genitori, figli e nonni assieme in un unico luogo. Le scale della palazzina  fatti di graniglia stretta, i pianerottoli invecchiati da quadri e vetri sottili e nebbiosi . Rumori di radio e TV, voci di anziani e una madre isterica al piano di sopra. Odori (oh gli odori, carattere più prominente della narrazione!,) che vanno dallo stantio ai più alti livelli di cucinato tradizionale, di brodo, o di carne ben cotta. Il contratto di vendita, includeva  anche una piccola capanna-box, giusto il posto per un’automobile piccola e una bicicletta.
In un giorno di neve, si ritrovò un pupazzo di neve proprio davanti al suo garage. Salì in auto e messa la retromarcia, lo distrusse; poi le dispiacque un po'. Guardò quel candore scomposto  a formare un ammasso e pensò al bambino del piano di sopra, a come ci sarebbe rimasto male. Però non salì a spiegare la faccenda e nessuno le chiese i suoi motivi. Strane figure genitoriali albergavano sopra la sua testa; sentì in quell’azione tutto il suo cinismo e la sua aridità di quei giorni.
Quel quartiere, popolato da anziani e adolescenti, l’aveva sempre affascinata. Vi era lo sbocciare e il chiudersi, vi era la semplicità e la banalità curiosa, e gli oriundi, le razze e le estrazioni mescolate. Ricche villette liberty affianco a casermoni un tempo popolari. E nel suo appartamento,  aveva vissuto (come lei ora), una donna sola, ma con un figlio. E se la immaginava, questa ragazza madre di altri tempi, alta e magra quanto lei (ne era una prova quel lavandino a misura), con un fratello - unico uomo che oramai passava, che le portava regali dai suoi viaggi dalla Cina: servizi da tè, stampe di paesaggi locali e seta  - . Se la immaginava quella donna, quando, dopo i suoi lavori domestici ossessivi, si sedeva fuori nel balconcino, magari a guardare il figlio che sotto giocava solo. E ora anche Carmela, si muoveva altrettanto sola in quelle mura, con anche alcuni stessi mobili appartenuti a quella, ed era come se santificasse, o meglio come se rendesse poesia, la sua presenza, a quella donna, con questa continuità.
Prima di lì, aveva vissuto con sua madre. Era in una casa di un borgo medioevale, circondato da colline e da mura a chiocciola. Vi era un'unica apertura in quel paese e questo rendeva il tutto soffocante per chi ci abitava (oppure, al contrario, poteva sembrare rassicurante, ma così non era per lei). L'uscita di quel paese, si affacciava davanti all'unico bar del posto e questo permetteva agli sguardi di molti, di entrare villanamente nelle vite degli altri.
Quando, di domenica, se ne usciva con suo fratello e la madre per recarsi alla funzione religiosa evangelica, tutti li vedevano e Carmela avrebbe voluto essere trasparente. Questo desiderio e  paura di essere invisibile, rifiutata, o mai esistita, la attanagliava già da un po', dalla sua adolescenza e il suo corpo, seppur affatto minuto, sembrava diventarlo, piatto e invisibile. Lei lo percepiva come magro e nascosto: nascosti i suoi seni, le natiche e gli occhi. Quegli occhi così grandi, il cui modo di stare spalancati, le venne un giorno rimproverato da una sciocca maestra d’asilo.
Carmela della sua infanzia, ricordava poco, di più i ricordi della sua fanciullezza: cenere calda portata nei letti per riscaldare i corpi in inverno, guanti piccoli senza dita fatti coi ferri dalla madre;  la "cantina" col pavimento di terra, i tanti oggetti dei nonni, non usati ma lasciati lì.
Vicoli di un paese stretto e maligno, ma dove anche persone a modo le fecero da mamma. Ricordava la signora col marito cieco dalla nascita e con un gatto siamese ben difeso. Ricordava la signorina dasemprezitella, che aveva una governante, un pianoforte e nel bagno al posto della carta igienica dei fogli di giornale ritagliati a quadri. Ricordava la casa di sua nonna, la matrigna di suo padre, una casa molto particolare con atmosfere da vecchi mobili e rudi pavimenti; un'atmosfera mischiata di anni cinquanta e settanta, a causa dei suoi veri figli che in quegli anni, “i mitici anni settanta”, erano nel pieno della loro gioventù.
Carmela aveva, per uno strano destino, zìì giovani da parte del padre e cugini grandi (della stessa età degli zii paterni) da parte della madre. Questo per il fatto che suo padre era il primogenito e la madre l'ultima figlia, concepita da uno sbaglio di una coppia in menopausa.
Paese contornato da mura ristrette e ristrutturate. Al di fuori di esso, meno male che vi era la campagna tanto amata da Carmela: sentieri che vi ci portavano, alberi antichi o sottili, cieli sereni deserti o puntinati da rondoni. Quante volte lei vi si rifugiava in compagnia di una sua amica o della sorella. Spesso assieme alla madre vi andava a raccogliere rami secchi da bruciare per l'inverno o erbe amare per la cena; conosceva tutte le erbe commestibili, le piantine rampicanti selvatiche, le bacche più appetibili. Tornavano dalla campagna, lei e sua madre, come se avessero raccolto l'oro in quei pomeriggi di sole primaverile o estivo. Ma anche durante l'inverno, era bello andare dentro a quei grigi e marroni di umido e di terra, di zolle e di strade sterrate, di sassi freddi e di odore di fumo di camini delle altre case.
D'estate, Carmela, spesso si sdraiava nell'erba per poter vedere il cielo senza sforzo e ci sarebbe rimasta per ore così, come un corpo senza vita, ma un'anima presente, sola, lontana da tutto il resto che non fosse quel cielo terso. Pensava spesso che il cielo e gli alberi fossero le opere più semplici ma al contempo più strane del creato. D'altronde la natura è sempre all'aspetto semplice, leggera, ma solo all'aspetto, così come lei ora. E quegli alberi "ramati" come si divertiva a chiamarli lei, e quel cielo pulito, vero, che conteneva il vero color azzurro, la portavano fuori dal mondo ma anche profondamente in quel mondo, alla vera e concreta essenza della Terra. Piccoli passi, piccoli e duri passi su quel selciato di strega, di apologhi con la strega.
A primavera, tornavano a casa, sempre a mani piene. La madre con sacchetti pieni di erba di campo e lei con mazzetti di fiori: margherite, violette di bosco, nontiscordardimé e anche di fiori gialli e lucidi (di cui ancora non conosce il nome); di rametti di biancospino o di fiori di pesco. Carmela entrava a casa, con l'odore di pomeriggio e di erba, prendeva un bicchiere e lo riempiva di  acqua per metterci quei  prodotti gratuiti. Poi si sedeva in una di quelle sedie di formica e osservava la madre intenta a poggiare i suoi tesori nel tavolo; a volte l'aiutava a selezionare quelle erbe, o mangiavano assieme un frutto preso su da una proprietà privata. La madre spesso le parlava di quei fiori, del loro odore o della loro forma e lei ascoltava senza ribattere. Tempi primaverili lì, odori di  fanciullezza.
Le notti invece, Carmela le faceva molto meno assieme alla madre. Spesso se ne stava in silenzio e sveglia nel suo letto. Il fratello che dormiva nel lettino accanto, che si addormentava sempre prima di lei (quando anche lui non riusciva a dormire, gli diceva che lo avrebbe aspettato e lo faceva sempre, sforzandosi di non addormentarsi). Nelle notti estive, quando a piena oscurità non dormiva ancora, si alzava dal letto, si affacciava alla finestra aperta e se ne stava lì, ad osservare le colline, colline nere o verde petrolio. Le stelle e la luna si vedevano bene da quella casa di borgo, pochi e soffusi erano i lampioni, nessun lampionaio, ma pipistrelli che fremevano attorno a quelle luci di vetro battuto, e ferro luccicante. A volte restava sveglia fino all’alba, e sentiva, poco alla volta i rumori di chi si svegliava per primo: passeri o rondoni, aria pulita, cingoli di motori di un contadino. Osservava molto anche la luce che dal buio, risaliva tenue, piano e accompagnata da quei suoni freschi di aria e di terra. I lampioni ancora accesi, ma fiochi così come la luna. Ed era all’alba spesso, che  si riportava  nel suo letto per addormentarsi.
Una mattina presto volle anche uscire di casa, per vedere il paese deserto, all’alba. Lo fece solo una volta e non si lasciò memorie su quel giorno.
La luna notturna la rispecchiava, così sola e silenziosa. Ma mai si soffermava a lungo a guardarla come invece fa oggi, a quarant’anni. Il cupo sorriso dei vecchi in paese le ricordavano la luna, cosi come quell’antenna radiofonica, situata su una minuscola e triste collina. Ma mai aveva pensato alla luna come così vicina a lei, lei così cupa. Una sera, ad una cena di lavoro in pizzeria, un medico lì presente, precisò davanti agli altri che lei non era solare, come la forma del ciondolo  che le regalarono, ma lunare. A lei questa cosa la intristì parecchio, ma non poteva certo dire il contrario. Fu lo stesso quando, un  ragazzo, che a lei piaceva (così come quel medico), la descrisse come non brillante di luce propria, ma cupa come una nebbia in un paesaggio di un nero  gotico. Ora invece, ne era quasi fiera di questa sua anemia. Luna bianca come la sua pelle, misteriosa e introspettiva, “Luna che chiama i poeti legati al cielo, così come i navigatori al mare” e i contadini alla Madre. Il fuoco che le arriva di riflesso non abbaglia, ma mostra in tutta la sua bellezza, la luce vera del suo Sole, che forse è incerto, ha delle incertezze il sole, su questa propria luce.
La madre di Carmela anche, era una luce strana  e solitaria, avente anche una sua rima, di madre. Madre scomposta, scomoda e lacrimosa. Quella campagna attorno, era e non era parte di loro, così entrambi poco terrene e  pratiche. Infatti coglievano dalla terra solo le parti più amare e ombrose, o quelle delicate di cespugli freschi, o petali feriti dai raggi di sole.
Lune fiamminghe, volti fiamminghi e malinconici. La Luna dei felini combattivi e delle streghe epifaniche. La Luna artificiale delle sale da ballo e dei ritrovi. Luna spezzata o fatta piena dal suo sole. Il bagliore dolce e sensuale di una donna segreta, nascosta, ma da un’ombra assai visibile.
Carmela un giorno, quasi come d’improvviso, capì, che ciò che la rendeva una triste luna come nascosta nella nebbia, le avrebbe anche regalato un mistero fascinoso. Lei era una Luna, non certo una stella tra tante, e questo era l’appunto che le era stato inviato come un regalo. Iniziò così ad osservare la luna, a studiare tutto ciò che  la riguardava: astronomia e astrologia, esplorazioni , passaggi e paesaggi lunari, così come la luna nell’arte. Diventò come un traffico maniacale per esplorarsi e capirsi; in ogni insegnamento da queste discipline, coglieva un aspetto di lei e dei suoi rapporti con gli uomini. La poesia era giornaliera, le immagini arrivavano come ricamate da Dio. I desideri inviati partivano sempre e arrivavano a destino (e a destinazione).
Questi tempi del passato, così crudi, malinconici e forse anche austeri, erano ancora più presenti che l’oggi. Carmela se ne stava sopra il suo letto, le mani  all’addome, come dovesse proteggere, lì dentro, un contenuto. Guardava il soffitto e la parete a destra del letto color magenta chiaro. Quel colore le ricordava senza dubbio la sua fanciullezza, i giochi in paese , “color color …”. Le vennero in mente un paio di zoccoli rossi che da piccola le piacevano tanto, e anche un vestito a fiorellini gialli, bianchi e rossi. Certo che sarebbe stato bello rivedersi in un video, o anche una foto, ma nessuno aveva fermato quegli attimi. Degli zoccoli di vernice rossa e lei, che se ne stava così, vestita e  seduttiva  davanti agli altri bambini.
Carmela se ne stava sopra il suo letto ad aspettare una fine. Una fine tra tante, ma aspettava la morte e rinveniva la sua vita. La sua vita era soprattutto quel passato di fanciulla. Emozioni, pensieri fatti di curiosità e osservazione. Invece la sua vita presente sembrava essere solo passività
Le vennero anche in mente i visi che aveva incontrato nella sua vita: una donna sicuramente molto forte era Valentina, stuprata dal padre sotto gli occhi accidiosi della madre fin da piccola. Eppure ora faceva l’infermiera in un pronto soccorso, aveva due figli sani e ringraziava ancora la  vita, questo ricordava Carmela, che era una donna che sapeva ringraziare la vita; vita che voleva incanalarla verso la pazzia forse, ma la sua forza atavica, scura e di bambina non lo permise. Probabilmente era la donna più forte che aveva conosciuto. E poi le venne in mente Stefano, che frequentò con lei le superiori e che non rivide più da quando aveva sedici anni. Lo riconobbe, in cura  in un ambulatorio. Lo ricordava perfettamente quando, ancora adolescente era suo compagno di banco alla scuola professionale per il commercio, ragazzo chiuso sì, ma mai quanto lo era lei al tempo. Probabilmente si riconobbero entrambi per la loro sfiducia e paura dell’altro. Solo che lei da sola riuscì a vedersi e a sfogarsi, mentre lui fu indicato dalla madre al centro salute mentale all’età di ventidue anni, per il suo isolamento delirante.
Poi sua sorella e il suo bambino, suo fratello e sua madre. La sua famiglia. Tutti aspettavano come lei ora in un letto il finale. Magari neppure arrivava e così si sarebbero potuti riabbracciare, e vedersi tutti con i nuovi occhi alleggeriti dall’attesa della morte … ma forse nemmeno.
Pensò a Marco, ragazzo dai capelli morbidi, a come si erano lasciati nel suo letto, guardandosi un palpito di cuore acerbo.

Nota: si credeva in quei giorni, che presto il mondo sarebbe finito. Quindi era vera, alla fine, la storia del giudizio universale. L’universo si muoveva avvicinando lune, costellazioni e pianeti. Si sapeva che Urano, il pianeta del cielo, stava perdendo quel blu cobalto che lo contraddistingueva (come astro nuovo e anticonformista), per assumere il colore della terra a lui innaturale. Si era visto anche che Saturno, ultimo pianeta antico, aveva oramai solo un anello sottile e invisibile, la sua leggerezza teneva oggi misure storiche; metameri che lo avevano abbandonato tuffandosi in zone più dense. Venere, Marte e Giove si attaccarono alla costellazione dei Gemelli. Mercurio solo rimase dove era, per poter raccontare ai posteri ciò che successe quel giorno.
Il cielo aveva assunto un colore verde ossidato, la terra iniziava a sgretolarsi e come pane secco lasciava briciole di materia verso i suoi luminari; c’erano da un po’carenza di acqua e sole ravvicinato. Le persone, abituate a ciò gradualmente, parevano non accorgersi. Il dolore si era sparso e lasciava i molti indifferenti, senza pietà né compassioni. Forse quando fu creato il mondo, il suo progettista pensò  che la fine era bene non si sentisse tra gli umani: per non creare frastuono, confusione, o amplificare le loro paure. Per non creare pianti di bimbi o urla di madri. Doveva essere una fine graduale, come un scomparire di nuvole o di nebbie, come un sollevarsi o un calare di maree. Niente carestie, pestilenze o terremoti dunque ma apatia, distanza. Come un calore artificiale.
La città contiene il centro della vita, usciremo in campagna per svagarci.





lunedì 16 aprile 2012

Butterfly Effect

Anima blu e arancio.
Chissa' cosa stai a pensare.
La tua lingua ferma così come i tuoi occhi e le guance
Le labbra vorrebbero dire, vorrebbero trovare il sapore estivo dei ciliegi e delle fragole selvatiche
Il naso osserva la primavera vogliosa
I piedi hanno unghie dipinte di aria respirata di notte vicino a lui
Le mani aspettano la stretta di un attimo
Le ossa, gelose del mio seno resistono ancora come sempre
le braccia penzolano come un'altalena e la testa gira gira gira
Sento dal dentro il clap clap delle farfalle
volano lontano e rubano, solo per me, un desiderio.
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sabato 25 febbraio 2012

Luna a barchetta

Delicata
raffinata
sottile
leggera

nella mia ombra vivo
così rara e invisibile

il sole illumina la mia parte bassa
e così facendo mi solletica

dondolo di piacere
sorrido nell'acqua notturna

schivo ricordi passati
tramuto in anime i cuori spezzati.

martedì 21 febbraio 2012

Luna

Raccolgo i tuoi silenzi,
intanto gioco a sciocchezze.

Canto le ore non dette,
ritraggo il fuoco
e fuoco non è più

vi è aria salmastra e leggera quassù,
è il mattino a impallidirmi
e a mischiarmi col resto del mondo.

La sera è la mia casa
quì non vi è vergogna alcuna,
quì vi è desiderio

il tuo amore puoi rifletterlo su di me
la mia bellezza fiorirà ancora
e la mia luce opaca ti tranquillizzerà.

mercoledì 25 gennaio 2012

Valzer dei ricordi.

La prima volta che lo vide fu davanti alla porta di casa dell'allora suo appartmento in affitto. Da ciò che si era detto di lui, Sara si era fatta un'immagine di ragazzo dal viso chiaro e quasi angelico, invece le apparve  alla porta altissimo e con lineamenti forti e maschili...le ricordava un che di scimmiesco o meglio un che di arcaico quasi, ma biondo. Come un'immagine da libro delle elementari sugli antenati primitivi.
Oggi, erano passati anni da allora ma Sara ricordava ancora come si sentì in quel mentre. Si sentì fortemente inadeguata a quella situazione. Due sconosciuti piombati nel suo appartamento, appartamento tra l'altro piccolo per la loro costituzione fisica. Vergogna di lei e inadeguatezza del rapporto che era in obbligo e in procinto di crearsi. Lui le piaceva già da ciò che si era detto sul suo conto, ma ora lei, lo sentiva come un ragazzo diverso da quell' immagine uscita da una descrizione. Un ragazzo egoista. Ecco fu quella la sua primissima impressione... Questo fu il primo impatto. A distanza di anni, Sara riflettè che più che egoismo era narcisismo. Era la prima volta che incontrava un narciso forse, o sicuramente la prima volta che ci rifletteva.
Quel giorno andarono tutti al mare. E lei fu allora che ne fu colpita. Lui metteva passione in quel gioco di sassi lanciati, lui lanciava quei sassi marini e senza saperlo la colpiva, la colpiva con lo sfoggio dei suoi libri e della sua curiosità presente in ogni cosa. Curiosità passionale e malinconia  e abbandono nel corpo e negli occhi, non aveva ancora trent'anni...

Il suo nome: Davide, lo stesso nome di suo cugino. Sara aveva un cugino più grande di lei di quasi vent' anni, che aveva sostituito a volte la figura di suo padre. Era un uomo efficiente, rassicurante, sicuro di sè, al quale anche la madre di Sara si rivolgeva per avere aiuto o consigli. Era una figura idealizzata da tutte le donne della famiglia.  Ricordava ancora quando da piccola, all'età più o meno di quattro anni, tra le sue braccia lei gli promise la sua mano. E fu l'unica persona con il quale Sara pianse la morte del padre. Sì, un uomo decisamente troppo idealizzato.
Con Davide iniziò il periodo dei narcisi e della fioritura di cose ferme o nascoste. La fioritura da semi soffocati dal freddo e il nutrimento semplice e naturale con l'acqua alle radici ancora salvabili.
A lui piaceva chiamarla Teresa, nome preso dal personaggio di Tereza ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere".  Tereza/Teresa che tutto trasforma in epifanie e che soffre come una bestiolina, come un cucciolo di cane, per i suoi sentimenti. Straziante per ogni cosa, che ama con tutta se stessa a causa della sua passione e non lo fa quasi mai in silenzio. Teresa /Tereza che si allontana da quel comunismo da paese dell'est d'Europa o da setta americana. Tereza/Teresa con quella madre pesante e ospedalizzata.
E lui poteva essere Tomàs ma anche Edward mani di forbice (di Tim Burton). Quell'aria malinconica che affascina tutte le donne, - Sara pensava sì, - non c'era donna a cui non piaceva. La madre di lui le aveva detto che è o amato o odiato e le aveva annuito sul suo gran cuore.
Le sue mani creative come  quelle di Edward, però non possono abbracciare senza ferire o ferirsi. Sara lo abbracciò insicura. Nessuno descrive meglio di Edward il patema di un narciso, e le favole restano pur sempre leggere.



lunedì 23 gennaio 2012

Una sera.


Mi guardava con aria di sfida, del tutto fuori luogo, artificiale, tipica di chi ha sofferto terribilmente la timidezza e l'ha combattuta con tutte le sue forze, e ancora oggi rimane vigile, attenta a non ricadere nel vecchio modo: occhi chini sul pavimento e torcersi le dita sul grembo. Ricordava una donna non più giovane che travolta da un orribile dispiacere prende a indossare vestiti e fiori e a truccarsi in maniera grottesca, una donna uscita dalla propria vera natura e identità che comincia ad abitarne un'altra per dimenticare il suo strazio, come se quegli abiti emotivi non fossero davvero suoi e lo diventino solo, grazie a un desiderio smodato, un'ostinazione di lasciarsi alle spalle un passato che fa franare la vita in un buco nero e irraggiungibile in cui non c'è salvezza anzi c'è morte e disperazione, una morte in vita, una lunga vita morente.
Il suo respiro era pesante per l'eccitazione, come se il fiato dentro fosse talmente tanto, e potente, e quel suo naso sottile, greco, troppo piccolo e delicato per buttarlo fuori tutto. Il rumore di quel respiro che faceva da sottofondo alla conversazione ricordava quello di un vecchio che dorme sul divano, immagine malinconica, come anche il resto di lei, i suoi vestiti in cerca di una femminilità decisa, decisa a cercare e procurarsi piacere, e finalmente vivere, ormai donna, esperienze erotiche senza freni.
Dalle mail, le belle mail selvagge che a volte inviava ad Andrea per dirgli di un libro, o raccontargli un'esperienza, una riflessione o un desiderio, s'intravedeva alle spalle di quella scrittura ansimante e accaldata, un mondo tutto fiori e quasi felicità mentre quando la rivide ebbe l'impressione di trovarsi di fronte a un banco di nebbia coi capelli di un nero gotico; la sua figura, in mezzo a quella sera d'estate pareva uscita da un paesaggio pieno, grave, coperto di solida nebbia e il suo corpo, come anche l'espressione, gli pareva che appartenesse a una persona che da poco si è accorta e con furiosa intensità che la vita è una questione complicatissima e drammatica; e la sua giacca e il resto parevano modellarsi, come una statua di nebbia; il pallore, gli occhi intensi, grandi, che avevano un bel colore, di argini fangosi di fiume e di foglie imbevute di umidità, un marrone chiaro ma fradicio di umore, e con lievi ferite ai lati, traccia forse di dolorose operazioni.
 Mi guardava con quell'aria di sfida e una mano sul fianco, come la tengono le sapute mentre osservano la scena prima di commentarla, lasciando trasparire con tenue scherno il loro disinteresse. Eppure, nonostante quella posa da zingara, due delle sue dita non potevano fare a meno di tormentare il passante della corta gonna di jeans che indossava; e tamburellavano sul fianco con un ritmo che poteva essere, anzi quasi sicuramente lo era, linguaggio. Forse voleva esprimere, davvero non so cosa, una paura antica che sempre quasi presente l'accerchiava, come pipistrelli attorno ad un lampione, una indistruttibile paura dell'altro che Andrea conosceva molto bene.
(cont...)

di F. Belacchi - Cinque racconti e una resa dei conti



Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.

di F. Nietzsche



martedì 3 gennaio 2012

Stelle e paura

Lui le ricordava un altro sorriso. Lei si stupì di fronte a quella bocca che sorrideva in modo particolare, con la parte centrale del labbro superiore a punta verso il basso. Fu colpita dal quel sorriso fresco e dagli occhi verdi come la sua divisa.
Sara si accorse che le piacevano gli uomini in divisa, non avrebbe mai pensato di subire tale e così comune fascino. Aveva amato i camici bianchi, sì, sono divise pure quelle.
Ora le capitava di scoprire che davanti a quelle stelle cucite su uniformi, a volte si celavano uomini autentici e pieni di responsabilità. Lei ricercava la sua autenticità e la scopriva stranamente lì, coperta da una divisa. Guardava le foto di lui che "arrivavano dal fronte di guerra afghano": aveva uno sguardo malinconico e provato, aveva gli occhi di un ragazzino così come le era apparso la prima e unica volta che si incontrarono dal vivo. I loro sguardi continuarono via web attraverso l'obiettivo mosso di una cam. Quegli occhi color verdemilitare luccicavano come una verdefinestra, per lei erano simbolo di un dono, così come il suo nome.
Lui, il ragazzo dentro una terra piena di rabbia e misteriosa umiliazione. Lui la cui camera esprimeva le sue paure: mai soffocate, mai sdrammatizzate artificialmente ma sentite e esorcizzate da un desiderio del corpo. Un desiderio di vita forte, uniforme e vero come la morte, ben formato come il suo corpo.
Le raccontò dell'inquieta paura di fronte una mina antiuomo che a pochi minuti sarebbe esplosa, di come soffrì, vedendo un militare colpito in un piede sempre da una mina. La follia della paura? No, non è follia ma ragione, è logica e visitata paura. Quel sentimento da cui Sara si era sempre ritirata fin da piccola, che mai aveva visitato appieno, o esplorato intrepidamente come un castello vampiresco la notte...neppure i film dell'orrore era capace di guardare. Entrò a fondo ad una paura solo una volta nella sua vita, perchè non vi era scelta e appena possibile la scansò. Le sue paure erano in passato legate proprio a un desiderio personale. Forte come il suo primo orgasmo.

Questa conoscenza le diede un chè di romantica antichità: di donne di altri tempi che scrivevano a un soldato. Pensava alle crocerossine nei racconti di guerra di Hemingway o alle donne sioux che aspettavano i loro cacciatori. Pensava alle  donne che aspettavano il rientro di un figlio o di un compagno da una missione di guerra. La donna che attende e l'uomo che di quella attesa ne ha contenimento e forza. Era la storia di sempre fin dall'antichità. L'uomo battagliero ed esploratore e la donna ferma che aspetta il suo ritorno, che sa realmente cosa significa aspettare, accogliere e calmare. E fa tutto questo per un desiderio. Altri (e romantici) tempi.

Oggi invece c'erano i loro corpi entrambi asciutti e presenti, semplici e sensuali, entrambi col bisogno di sensazioni intime e abbaglianti per contrastare la paura dell'altro. La paura di sentirsi carezzati dalla morte. Il bisogno di riempire il buio della vertigine vuota.
Tutto ciò non è mai solo carne e corpi. E' fusione, sì, forse anche confusione. E' calore rosso d'inverno e sangue che vive. Paure ascoltate e volute.  E' pelle, abbracci e carezze e baci.  E' ghiaccio di fuoco e brividi. E' eco ed esperienza. E' una zingara che si muove sinuosa dentro l'inverno e attorno alla luna. E' abbandono senza pazzia.

Il suo cuore auspicava  un bouquet di sensazioni da chi le sapesse rubare un sentimento.