mercoledì 21 dicembre 2011

Ma poi non volli cadere negli inutili andirivieni di un sogno

Era un giorno d'inverno buio e come non vissuto. Le luci della città erano mosse come candele e la gente sempre più solitaria. Il caldo dei termosifoni elettrici mi soffocava e l'aria secca, in quelle pareti della stanza, domandava un'apertura, anche una piccola botola.
Il cielo grigio contemplava il mio sapore di umido vischio, il mio viso accorto e insieme spaventato. Le carezze del giorno erano da un po' svanite con il sole e sentivo il mio corpo cedere al bisogno di un sogno.
Iniziò così la mia vita solitaria: io rinchiusa in una stanza, io d'inverno innevata di speranza inesistente.
Solitudini accese dal pensare al "passatofuturo".
Ombre su ombre, piombo su piombo e carezze lasciate lì.
Il sole sorse anche quel giorno perchè non poteva sapere il mio urgente e spasmodico bisogno di trovarmi sola, isolata col mio pc per scrivere. Che pausa di insano relax.

Davide che in quella foto sembrava fosse in posa pur non standoci: guardava un testo nella libreria, fermi erano i suoi occhi e sentiva, come di sbieco, l'osservatore. La posa di un uomo che guarda le idee del mondo, assente, solo con se stesso. Solo con quel desiderio di rimanere tale.
Foto di alberi in inverno e di notte, alberi piccoli e in fila, luce lunare che li contempla. Una casa in campagna abitata da chi è chiamato folle...stanze numerate nella casa. Camere a due letti. Di sera si copriva il vetro anteriore dell'auto con un vecchio lenzuolo per stupire il gelo del mattino. Gatti attorno alla casa, botole come buche e finestre sbarrate. Ecco il posto giusto per cacciare i fantasmi del mio sentire: una casa in cui vivevano persone in terapia con farmaci che bloccavano, fino a ucciderle a volte, le emozioni insostenibili a tutti. E io ero l'infermiera di notte.

Leggevo il mio sentire nello schermo, il mio sentire in uno schermo tecnologico per raffreddarlo. Il gelo era fuori e dentro, solo le parole avevano anima. Anime lucenti e brillanti chiuse dentro un corpo sano. Scrivevo e mi liberavo, mi liberavo e acquistavo non leggerezza ma freddezza. E' freddo fuori e dentro è lo stesso. Freddo di spasmi di odio verso l'altro. La rabbia peggiore, concepita da dolore e frustrazione.

Spensi il pc e la mia ombra era andata, fuggita chissà dove nei labirinti del bosco sconosciuto, dove cani passeggiavano smarriti e dove il muschio ricopriva tutto come se fosse un presepe. Fu così che uccisi la mia anima.

2 commenti:

rosalba ha detto...

sublime....

Maria ha detto...

è ancora da finire....:)ma non so se lo finirò:D