giovedì 10 novembre 2011

Non dimentico (per non dimenticarMi)

 Il ricordo è un possesso, è un sogno ed è sicuramente autentico, non deve dimostrare nulla oramai perchè è passato. Non necessita di dire "va tutto bene". I ricordi sono la parte vera di noi stessi.
Come un sogno il ricordo si pulisce e si amplifica. Il ricordo è fantasia sul passato e desiderio di felicità fermato.


Ricordo che fin da piccola a casa nostra volavano gli urli assieme agli oggetti, e le lacrime di mia madre cadevano come colla sul suo viso. Ricordo le bottiglie vuote nel pavimento al ritorno da un viaggio, e il tavolo della cucina ferito in un angolo, da un coltello.
 La macchina da cucire di mia madre costruiva bambole e vestitini per noi figli. Ripenso al tavolo di bambù nel salottino assieme alle sedie altrettanto di bambù, gialle e scomode.
Ricordo mia sorella che piangeva perchè la picchiavo e poi baciandola le dicevo di non dirlo alla mamma - e lei che mi ascoltava. E ricordo il coperchio di plastica del latte in polvere della Plasmon su cui avevo disegnato un viso, la mia nuova bambola.
E poi ricordo mio fratello che fermava mio padre e difendeva mia madre, la vetrata della porta che si ruppe, l'odore di alcool mischiato a olio di motori e di officina di mio padre.
Ricordo poi la mia vergogna da adolescente in paese per gli urli di mia madre e i vestiti di mio padre. Il mio mutismo dentro al pulmino della scuola.

Ma ricordo anche i calzini appesi al camino per l'Epifania, mia madre che raccontava, mia madre che mi spiegava la storia dal libro delle elementari. Ritorno sempre a lei, che ci leggeva la Genesi la sera, tutti e tre nei nostri letti. E poi se ne andava in camera da mio padre che già dormiva.

Il bagno di casa aveva la vasca di plastica, la camera di noi bimbi era tappezzata di miei disegni, il pavimento era di mattoni rossi e vi era un mattone che per un lungo periodo rimase staccato dal cemento. Una casa dal portone rosso fuoco (anzi, rosso comunista). Il viale che radunava giochi, bambole rotte e coi capelli tagliati. La 500 bianca nella quale venni "imprigionata" e toccata da miei pari, il fermaglio nei miei capelli che spostai perché mia madre non mi credeva.

Penso che se questo fosse il mio ultimo giorno di vita, la mia anima anche morirebbe se la lasciassi senza aver creato una mia Famiglia. Un marito premuroso, presente e lavoratore. Un figlio o due gemelli. Un racconto letto la sera assieme nel nostro letto dopo aver coricato i bambini.
Lui che mi legge L' Immortalità di Kundera.

venerdì 4 novembre 2011

Simone

Si aprì il cancello e lui era lì. Pensai subito che era minuto e delicato e  che la sua immagine era stata nella mia testa.
 Ma poi  mi colpì il suo ascolto alle  mie parole, parole che a volte sembrava sussurrare. Mentre eravamo in auto guardavo le mie gambe e seguivo la sua strada. Parlai tanto.
Mi domandavo dove mi avrebbe portata e fantasticavo casa sua.

Scendemmo dalla macchina e lungo il percorso per arrivare al parco una ragazza ci incantò entrambi: aveva delle scarpe con un bel tacco, un tulle e le scattavano delle foto.
"Cosa vogliamo fare? "
"Dimmelo tu, Simone."
Aspettavo la sua guida come fossi una ballerina. Chissà se a lui piaceva fare il cicerone.
I suoi silenzi erano fatti di ascolto. Ascoltava il momento: ascoltava noi in quel momento e anche tutto ciò che ci circondava.
Seduti entrambi in quella panchina giocavamo con le parole. I gesti bloccati e osservati, nell'attesa di un po' di zucchero filato.

Cosa cerchiamo realmente? desideriamo una cosa per poi fuggirla.
Si parla di vivere (Vivi l'attimo!), ma non tutti gli attimi sono da vivere. Spesso è giusto bruciarli.
E così ci si ritrova senza avere vissuto (o meglio avendo vissuto profondamente dentro di sè e poco fuori).
Simone questo rappresenta ora per me: me stessa con i miei desideri, la mia confusione, l'eccitazione, i silenzi e le solitudini. E' l'empatia segreta di chi legge. Le fantasie volano leggere di pagina in pagina, di foto in foto. Le parole prendono e ti fissano in un sogno ricorrente, il Tuo sogno.
Leggi quelle parole e pensi "Mi ha capito". C'è un sentimento di compassione e di bontà profonda che hai già conosciuto ed è quella che lega. E così quegli occhi di fiamma delicata cadono a guardare altrove. Accettando il dolore e creando delle pagine.

Simone e i suoi libri. Libri come scrigni delle emozioni. Romanzi che parlano di vita e sentimenti, chiusi dentro ad armadi perchè non si sporchino di polvere. Perchè nel riaprirli possa ancora respirare quell'odore pulito che non tradisce. Un odore che sa di infanzia, di carta e quaderni di scuola, di lettere mai scritte a donne innamorate e di silenzi materni. Un odore per il quale non c'è pericolo ad emozionarsi.
Il viso biondo così come i capelli.  Il cuore curioso dei messaggi altrui. Gli occhi color nido di bimbo e mani impegnate a sfogliare pian pian pagine per penetrarle. I Sentimenti e le Emozioni raccontati...

Roma era bellissima in quei giorni. Era una città soleggiata da incontri e da colori per me nuovi. Una città con i suoi tempi così come noi due. Gli alberi alti e maestosi quanto la città, strane biciclette,  teatrini mobili e un uomo che vendeva la Fortuna.