Quando uno vive in centro trova praticamente tutto quello che gli
serve
(C. McCarthy - Suttree)
Carmela era dentro a un sogno invernale, fatto di un cielo di metallo
e di cobalto, dentro il suo appartamento così poco ricercato.
Il suo, era un appartamento di quelli costruiti negli anni
quaranta, nel dopoguerra. Ex case popolari di un quartiere chiamato
ironicamente Hollywood. Appartamenti a due stanze più il bagno. Il bagno con la
finestra. La camera da letto costruita in modo da far dormire genitori, figli e
nonni assieme in un unico luogo. Le scale della palazzina fatti di graniglia stretta, i pianerottoli
invecchiati da quadri e vetri sottili e nebbiosi . Rumori di radio e TV, voci
di anziani e una madre isterica al piano di sopra. Odori (oh gli odori,
carattere più prominente della narrazione!,) che vanno dallo stantio ai più
alti livelli di cucinato tradizionale, di brodo, o di carne ben cotta. Il
contratto di vendita, includeva anche
una piccola capanna-box, giusto il posto per un’automobile piccola e una
bicicletta.
In un giorno di neve, si ritrovò un pupazzo di neve proprio
davanti al suo garage. Salì in auto e messa la retromarcia, lo distrusse; poi
le dispiacque un po'. Guardò quel candore scomposto a formare un ammasso e pensò al bambino del
piano di sopra, a come ci sarebbe rimasto male. Però non salì a spiegare la
faccenda e nessuno le chiese i suoi motivi. Strane figure genitoriali albergavano
sopra la sua testa; sentì in quell’azione tutto il suo cinismo e la sua aridità
di quei giorni.
Quel quartiere, popolato da anziani e adolescenti, l’aveva
sempre affascinata. Vi era lo sbocciare e il chiudersi, vi era la semplicità e
la banalità curiosa, e gli oriundi, le razze e le estrazioni mescolate. Ricche
villette liberty affianco a casermoni un tempo popolari. E nel suo appartamento, aveva vissuto (come lei ora), una donna sola,
ma con un figlio. E se la immaginava, questa ragazza madre di altri tempi, alta
e magra quanto lei (ne era una prova quel lavandino a misura), con un fratello
- unico uomo che oramai passava, che le portava regali dai suoi viaggi dalla
Cina: servizi da tè, stampe di paesaggi locali e seta - . Se la immaginava quella donna, quando,
dopo i suoi lavori domestici ossessivi, si sedeva fuori nel balconcino, magari
a guardare il figlio che sotto giocava solo. E ora anche Carmela, si muoveva
altrettanto sola in quelle mura, con anche alcuni stessi mobili appartenuti a
quella, ed era come se santificasse, o meglio come se rendesse poesia, la sua
presenza, a quella donna, con questa continuità.
Prima di lì, aveva vissuto con sua madre. Era in una casa di
un borgo medioevale, circondato da colline e da mura a chiocciola. Vi era
un'unica apertura in quel paese e questo rendeva il tutto soffocante per chi ci
abitava (oppure, al contrario, poteva sembrare rassicurante, ma così non era
per lei). L'uscita di quel paese, si affacciava davanti all'unico bar del posto
e questo permetteva agli sguardi di molti, di entrare villanamente nelle vite
degli altri.
Quando, di domenica, se ne usciva con suo fratello e la
madre per recarsi alla funzione religiosa evangelica, tutti li vedevano e
Carmela avrebbe voluto essere trasparente. Questo desiderio e paura di essere invisibile, rifiutata, o mai
esistita, la attanagliava già da un po', dalla sua adolescenza e il suo corpo,
seppur affatto minuto, sembrava diventarlo, piatto e invisibile. Lei lo
percepiva come magro e nascosto: nascosti i suoi seni, le natiche e gli occhi.
Quegli occhi così grandi, il cui modo di stare spalancati, le venne un giorno
rimproverato da una sciocca maestra d’asilo.
Carmela della sua infanzia, ricordava poco, di più i ricordi
della sua fanciullezza: cenere calda portata nei letti per riscaldare i corpi
in inverno, guanti piccoli senza dita fatti coi ferri dalla madre; la "cantina" col pavimento di
terra, i tanti oggetti dei nonni, non usati ma lasciati lì.
Vicoli di un paese stretto e maligno, ma dove anche persone
a modo le fecero da mamma. Ricordava la signora col marito cieco dalla nascita
e con un gatto siamese ben difeso. Ricordava la signorina dasemprezitella, che
aveva una governante, un pianoforte e nel bagno al posto della carta igienica
dei fogli di giornale ritagliati a quadri. Ricordava la casa di sua nonna, la
matrigna di suo padre, una casa molto particolare con atmosfere da vecchi
mobili e rudi pavimenti; un'atmosfera mischiata di anni cinquanta e settanta, a
causa dei suoi veri figli che in quegli anni, “i mitici anni settanta”, erano
nel pieno della loro gioventù.
Carmela aveva, per uno strano destino, zìì giovani da parte
del padre e cugini grandi (della stessa età degli zii paterni) da parte della
madre. Questo per il fatto che suo padre era il primogenito e la madre l'ultima
figlia, concepita da uno sbaglio di una coppia in menopausa.
Paese contornato da mura ristrette e ristrutturate. Al di
fuori di esso, meno male che vi era la campagna tanto amata da Carmela:
sentieri che vi ci portavano, alberi antichi o sottili, cieli sereni deserti o
puntinati da rondoni. Quante volte lei vi si rifugiava in compagnia di una sua
amica o della sorella. Spesso assieme alla madre vi andava a raccogliere rami
secchi da bruciare per l'inverno o erbe amare per la cena; conosceva tutte le
erbe commestibili, le piantine rampicanti selvatiche, le bacche più appetibili.
Tornavano dalla campagna, lei e sua madre, come se avessero raccolto l'oro in
quei pomeriggi di sole primaverile o estivo. Ma anche durante l'inverno, era
bello andare dentro a quei grigi e marroni di umido e di terra, di zolle e di
strade sterrate, di sassi freddi e di odore di fumo di camini delle altre case.
D'estate, Carmela, spesso si sdraiava nell'erba per poter
vedere il cielo senza sforzo e ci sarebbe rimasta per ore così, come un corpo
senza vita, ma un'anima presente, sola, lontana da tutto il resto che non fosse
quel cielo terso. Pensava spesso che il cielo e gli alberi fossero le opere più
semplici ma al contempo più strane del creato. D'altronde la natura è sempre
all'aspetto semplice, leggera, ma solo all'aspetto, così come lei ora. E quegli
alberi "ramati" come si divertiva a chiamarli lei, e quel cielo
pulito, vero, che conteneva il vero color azzurro, la portavano fuori dal mondo
ma anche profondamente in quel mondo, alla vera e concreta essenza della Terra.
Piccoli passi, piccoli e duri passi su quel selciato di strega, di apologhi con
la strega.
A primavera, tornavano a casa, sempre a mani piene. La madre
con sacchetti pieni di erba di campo e lei con mazzetti di fiori: margherite,
violette di bosco, nontiscordardimé e anche di fiori gialli e lucidi (di cui
ancora non conosce il nome); di rametti di biancospino o di fiori di pesco.
Carmela entrava a casa, con l'odore di pomeriggio e di erba, prendeva un
bicchiere e lo riempiva di acqua per metterci
quei prodotti gratuiti. Poi si sedeva in
una di quelle sedie di formica e osservava la madre intenta a poggiare i suoi
tesori nel tavolo; a volte l'aiutava a selezionare quelle erbe, o mangiavano
assieme un frutto preso su da una proprietà privata. La madre spesso le parlava
di quei fiori, del loro odore o della loro forma e lei ascoltava senza
ribattere. Tempi primaverili lì, odori di fanciullezza.
Le notti invece, Carmela le faceva molto meno assieme alla
madre. Spesso se ne stava in silenzio e sveglia nel suo letto. Il fratello che
dormiva nel lettino accanto, che si addormentava sempre prima di lei (quando
anche lui non riusciva a dormire, gli diceva che lo avrebbe aspettato e lo
faceva sempre, sforzandosi di non addormentarsi). Nelle notti estive, quando a
piena oscurità non dormiva ancora, si alzava dal letto, si affacciava alla
finestra aperta e se ne stava lì, ad osservare le colline, colline nere o verde
petrolio. Le stelle e la luna si vedevano bene da quella casa di borgo, pochi e
soffusi erano i lampioni, nessun lampionaio, ma pipistrelli che fremevano
attorno a quelle luci di vetro battuto, e ferro luccicante. A volte restava
sveglia fino all’alba, e sentiva, poco alla volta i rumori di chi si svegliava
per primo: passeri o rondoni, aria pulita, cingoli di motori di un contadino.
Osservava molto anche la luce che dal buio, risaliva tenue, piano e
accompagnata da quei suoni freschi di aria e di terra. I lampioni ancora
accesi, ma fiochi così come la luna. Ed era all’alba spesso, che si riportava nel suo letto per addormentarsi.
Una mattina presto volle anche uscire di casa, per vedere il
paese deserto, all’alba. Lo fece solo una volta e non si lasciò memorie su quel
giorno.
La luna notturna la rispecchiava, così sola e silenziosa. Ma
mai si soffermava a lungo a guardarla come invece fa oggi, a quarant’anni. Il
cupo sorriso dei vecchi in paese le ricordavano la luna, cosi come
quell’antenna radiofonica, situata su una minuscola e triste collina. Ma mai
aveva pensato alla luna come così vicina a lei, lei così cupa. Una sera, ad una
cena di lavoro in pizzeria, un medico lì presente, precisò davanti agli altri
che lei non era solare, come la forma del ciondolo che le regalarono, ma lunare. A lei questa
cosa la intristì parecchio, ma non poteva certo dire il contrario. Fu lo stesso
quando, un ragazzo, che a lei piaceva
(così come quel medico), la descrisse come non brillante di luce propria, ma
cupa come una nebbia in un paesaggio di un nero gotico. Ora invece, ne era quasi fiera di questa
sua anemia. Luna bianca come la sua pelle, misteriosa e introspettiva, “Luna
che chiama i poeti legati al cielo, così come i navigatori al mare” e i
contadini alla Madre. Il fuoco che le arriva di riflesso non abbaglia, ma
mostra in tutta la sua bellezza, la luce vera del suo Sole, che forse è
incerto, ha delle incertezze il sole, su questa propria luce.
La madre di Carmela anche, era una luce strana e solitaria, avente anche una sua rima, di
madre. Madre scomposta, scomoda e lacrimosa. Quella campagna attorno, era e non
era parte di loro, così entrambi poco terrene e
pratiche. Infatti coglievano dalla terra solo le parti più amare e
ombrose, o quelle delicate di cespugli freschi, o petali feriti dai raggi di
sole.
Lune fiamminghe, volti fiamminghi e malinconici. La Luna dei
felini combattivi e delle streghe epifaniche. La Luna artificiale delle sale da
ballo e dei ritrovi. Luna spezzata o fatta piena dal suo sole. Il bagliore
dolce e sensuale di una donna segreta, nascosta, ma da un’ombra assai visibile.
Carmela un giorno, quasi come d’improvviso, capì, che ciò
che la rendeva una triste luna come nascosta nella nebbia, le avrebbe anche
regalato un mistero fascinoso. Lei era una Luna, non certo una stella tra tante,
e questo era l’appunto che le era stato inviato come un regalo. Iniziò così ad
osservare la luna, a studiare tutto ciò che
la riguardava: astronomia e astrologia, esplorazioni , passaggi e
paesaggi lunari, così come la luna nell’arte. Diventò come un traffico maniacale
per esplorarsi e capirsi; in ogni insegnamento da queste discipline, coglieva
un aspetto di lei e dei suoi rapporti con gli uomini. La poesia era
giornaliera, le immagini arrivavano come ricamate da Dio. I desideri inviati partivano
sempre e arrivavano a destino (e a destinazione).
Questi tempi del passato, così crudi, malinconici e forse
anche austeri, erano ancora più presenti che l’oggi. Carmela se ne stava sopra
il suo letto, le mani all’addome, come
dovesse proteggere, lì dentro, un contenuto. Guardava il soffitto e la parete a
destra del letto color magenta chiaro. Quel colore le ricordava senza dubbio la
sua fanciullezza, i giochi in paese , “color color …”. Le vennero in mente un
paio di zoccoli rossi che da piccola le piacevano tanto, e anche un vestito a
fiorellini gialli, bianchi e rossi. Certo che sarebbe stato bello rivedersi in
un video, o anche una foto, ma nessuno aveva fermato quegli attimi. Degli zoccoli
di vernice rossa e lei, che se ne stava così, vestita e seduttiva
davanti agli altri bambini.
Carmela se ne stava sopra il suo letto ad aspettare una
fine. Una fine tra tante, ma aspettava la morte e rinveniva la sua vita. La sua
vita era soprattutto quel passato di fanciulla. Emozioni, pensieri fatti di
curiosità e osservazione. Invece la sua vita presente sembrava essere solo
passività
Le vennero anche in mente i visi che aveva
incontrato nella sua vita: una donna sicuramente molto forte era Valentina,
stuprata dal padre sotto gli occhi accidiosi della madre fin da piccola. Eppure
ora faceva l’infermiera in un pronto soccorso, aveva due figli sani e
ringraziava ancora la vita, questo
ricordava Carmela, che era una donna che sapeva ringraziare la vita; vita che
voleva incanalarla verso la pazzia forse, ma la sua forza atavica, scura e di
bambina non lo permise. Probabilmente era la donna più forte che aveva
conosciuto. E poi le venne in mente Stefano, che frequentò con lei le superiori
e che non rivide più da quando aveva sedici anni. Lo riconobbe, in cura in un ambulatorio. Lo ricordava perfettamente
quando, ancora adolescente era suo compagno di banco alla scuola professionale
per il commercio, ragazzo chiuso sì, ma mai quanto lo era lei al tempo.
Probabilmente si riconobbero entrambi per la loro sfiducia e paura dell’altro.
Solo che lei da sola riuscì a vedersi e a sfogarsi, mentre lui fu indicato
dalla madre al centro salute mentale all’età di ventidue anni, per il suo
isolamento delirante.
Poi sua sorella e il suo bambino, suo
fratello e sua madre. La sua famiglia. Tutti aspettavano come lei ora in un
letto il finale. Magari neppure arrivava e così si sarebbero potuti
riabbracciare, e vedersi tutti con i nuovi occhi alleggeriti dall’attesa della
morte … ma forse nemmeno.
Pensò a Marco, ragazzo dai capelli morbidi, a
come si erano lasciati nel suo letto, guardandosi un palpito di cuore acerbo.
Nota: si credeva in quei giorni, che presto
il mondo sarebbe finito. Quindi era vera, alla fine, la storia del giudizio
universale. L’universo si muoveva avvicinando lune, costellazioni e pianeti. Si
sapeva che Urano, il pianeta del cielo, stava perdendo quel blu cobalto che lo contraddistingueva
(come astro nuovo e anticonformista), per assumere il colore della terra a lui
innaturale. Si era visto anche che Saturno, ultimo pianeta antico, aveva oramai
solo un anello sottile e invisibile, la sua leggerezza teneva oggi misure
storiche; metameri che lo avevano abbandonato tuffandosi in zone più dense.
Venere, Marte e Giove si attaccarono alla costellazione dei Gemelli. Mercurio
solo rimase dove era, per poter raccontare ai posteri ciò che successe quel
giorno.
Il cielo aveva assunto un colore verde
ossidato, la terra iniziava a sgretolarsi e come pane secco lasciava briciole
di materia verso i suoi luminari; c’erano da un po’carenza di acqua e sole ravvicinato.
Le persone, abituate a ciò gradualmente, parevano non accorgersi. Il dolore si
era sparso e lasciava i molti indifferenti, senza pietà né compassioni. Forse
quando fu creato il mondo, il suo progettista pensò che la fine era bene non si sentisse tra gli
umani: per non creare frastuono, confusione, o amplificare le loro paure. Per
non creare pianti di bimbi o urla di madri. Doveva essere una fine graduale,
come un scomparire di nuvole o di nebbie, come un sollevarsi o un calare di
maree. Niente carestie, pestilenze o terremoti dunque ma apatia, distanza. Come
un calore artificiale.
La città contiene il centro della vita, usciremo in campagna
per svagarci.