sabato 21 luglio 2012

Elettrico blu


Quando uno vive in centro trova praticamente tutto quello che gli serve
(C. McCarthy - Suttree)

Carmela era dentro a un sogno invernale, fatto di un cielo di metallo e di cobalto, dentro il suo appartamento così poco ricercato.
Il suo, era un appartamento di quelli costruiti negli anni quaranta, nel dopoguerra. Ex case popolari di un quartiere chiamato ironicamente Hollywood. Appartamenti a due stanze più il bagno. Il bagno con la finestra. La camera da letto costruita in modo da far dormire genitori, figli e nonni assieme in un unico luogo. Le scale della palazzina  fatti di graniglia stretta, i pianerottoli invecchiati da quadri e vetri sottili e nebbiosi . Rumori di radio e TV, voci di anziani e una madre isterica al piano di sopra. Odori (oh gli odori, carattere più prominente della narrazione!,) che vanno dallo stantio ai più alti livelli di cucinato tradizionale, di brodo, o di carne ben cotta. Il contratto di vendita, includeva  anche una piccola capanna-box, giusto il posto per un’automobile piccola e una bicicletta.
In un giorno di neve, si ritrovò un pupazzo di neve proprio davanti al suo garage. Salì in auto e messa la retromarcia, lo distrusse; poi le dispiacque un po'. Guardò quel candore scomposto  a formare un ammasso e pensò al bambino del piano di sopra, a come ci sarebbe rimasto male. Però non salì a spiegare la faccenda e nessuno le chiese i suoi motivi. Strane figure genitoriali albergavano sopra la sua testa; sentì in quell’azione tutto il suo cinismo e la sua aridità di quei giorni.
Quel quartiere, popolato da anziani e adolescenti, l’aveva sempre affascinata. Vi era lo sbocciare e il chiudersi, vi era la semplicità e la banalità curiosa, e gli oriundi, le razze e le estrazioni mescolate. Ricche villette liberty affianco a casermoni un tempo popolari. E nel suo appartamento,  aveva vissuto (come lei ora), una donna sola, ma con un figlio. E se la immaginava, questa ragazza madre di altri tempi, alta e magra quanto lei (ne era una prova quel lavandino a misura), con un fratello - unico uomo che oramai passava, che le portava regali dai suoi viaggi dalla Cina: servizi da tè, stampe di paesaggi locali e seta  - . Se la immaginava quella donna, quando, dopo i suoi lavori domestici ossessivi, si sedeva fuori nel balconcino, magari a guardare il figlio che sotto giocava solo. E ora anche Carmela, si muoveva altrettanto sola in quelle mura, con anche alcuni stessi mobili appartenuti a quella, ed era come se santificasse, o meglio come se rendesse poesia, la sua presenza, a quella donna, con questa continuità.
Prima di lì, aveva vissuto con sua madre. Era in una casa di un borgo medioevale, circondato da colline e da mura a chiocciola. Vi era un'unica apertura in quel paese e questo rendeva il tutto soffocante per chi ci abitava (oppure, al contrario, poteva sembrare rassicurante, ma così non era per lei). L'uscita di quel paese, si affacciava davanti all'unico bar del posto e questo permetteva agli sguardi di molti, di entrare villanamente nelle vite degli altri.
Quando, di domenica, se ne usciva con suo fratello e la madre per recarsi alla funzione religiosa evangelica, tutti li vedevano e Carmela avrebbe voluto essere trasparente. Questo desiderio e  paura di essere invisibile, rifiutata, o mai esistita, la attanagliava già da un po', dalla sua adolescenza e il suo corpo, seppur affatto minuto, sembrava diventarlo, piatto e invisibile. Lei lo percepiva come magro e nascosto: nascosti i suoi seni, le natiche e gli occhi. Quegli occhi così grandi, il cui modo di stare spalancati, le venne un giorno rimproverato da una sciocca maestra d’asilo.
Carmela della sua infanzia, ricordava poco, di più i ricordi della sua fanciullezza: cenere calda portata nei letti per riscaldare i corpi in inverno, guanti piccoli senza dita fatti coi ferri dalla madre;  la "cantina" col pavimento di terra, i tanti oggetti dei nonni, non usati ma lasciati lì.
Vicoli di un paese stretto e maligno, ma dove anche persone a modo le fecero da mamma. Ricordava la signora col marito cieco dalla nascita e con un gatto siamese ben difeso. Ricordava la signorina dasemprezitella, che aveva una governante, un pianoforte e nel bagno al posto della carta igienica dei fogli di giornale ritagliati a quadri. Ricordava la casa di sua nonna, la matrigna di suo padre, una casa molto particolare con atmosfere da vecchi mobili e rudi pavimenti; un'atmosfera mischiata di anni cinquanta e settanta, a causa dei suoi veri figli che in quegli anni, “i mitici anni settanta”, erano nel pieno della loro gioventù.
Carmela aveva, per uno strano destino, zìì giovani da parte del padre e cugini grandi (della stessa età degli zii paterni) da parte della madre. Questo per il fatto che suo padre era il primogenito e la madre l'ultima figlia, concepita da uno sbaglio di una coppia in menopausa.
Paese contornato da mura ristrette e ristrutturate. Al di fuori di esso, meno male che vi era la campagna tanto amata da Carmela: sentieri che vi ci portavano, alberi antichi o sottili, cieli sereni deserti o puntinati da rondoni. Quante volte lei vi si rifugiava in compagnia di una sua amica o della sorella. Spesso assieme alla madre vi andava a raccogliere rami secchi da bruciare per l'inverno o erbe amare per la cena; conosceva tutte le erbe commestibili, le piantine rampicanti selvatiche, le bacche più appetibili. Tornavano dalla campagna, lei e sua madre, come se avessero raccolto l'oro in quei pomeriggi di sole primaverile o estivo. Ma anche durante l'inverno, era bello andare dentro a quei grigi e marroni di umido e di terra, di zolle e di strade sterrate, di sassi freddi e di odore di fumo di camini delle altre case.
D'estate, Carmela, spesso si sdraiava nell'erba per poter vedere il cielo senza sforzo e ci sarebbe rimasta per ore così, come un corpo senza vita, ma un'anima presente, sola, lontana da tutto il resto che non fosse quel cielo terso. Pensava spesso che il cielo e gli alberi fossero le opere più semplici ma al contempo più strane del creato. D'altronde la natura è sempre all'aspetto semplice, leggera, ma solo all'aspetto, così come lei ora. E quegli alberi "ramati" come si divertiva a chiamarli lei, e quel cielo pulito, vero, che conteneva il vero color azzurro, la portavano fuori dal mondo ma anche profondamente in quel mondo, alla vera e concreta essenza della Terra. Piccoli passi, piccoli e duri passi su quel selciato di strega, di apologhi con la strega.
A primavera, tornavano a casa, sempre a mani piene. La madre con sacchetti pieni di erba di campo e lei con mazzetti di fiori: margherite, violette di bosco, nontiscordardimé e anche di fiori gialli e lucidi (di cui ancora non conosce il nome); di rametti di biancospino o di fiori di pesco. Carmela entrava a casa, con l'odore di pomeriggio e di erba, prendeva un bicchiere e lo riempiva di  acqua per metterci quei  prodotti gratuiti. Poi si sedeva in una di quelle sedie di formica e osservava la madre intenta a poggiare i suoi tesori nel tavolo; a volte l'aiutava a selezionare quelle erbe, o mangiavano assieme un frutto preso su da una proprietà privata. La madre spesso le parlava di quei fiori, del loro odore o della loro forma e lei ascoltava senza ribattere. Tempi primaverili lì, odori di  fanciullezza.
Le notti invece, Carmela le faceva molto meno assieme alla madre. Spesso se ne stava in silenzio e sveglia nel suo letto. Il fratello che dormiva nel lettino accanto, che si addormentava sempre prima di lei (quando anche lui non riusciva a dormire, gli diceva che lo avrebbe aspettato e lo faceva sempre, sforzandosi di non addormentarsi). Nelle notti estive, quando a piena oscurità non dormiva ancora, si alzava dal letto, si affacciava alla finestra aperta e se ne stava lì, ad osservare le colline, colline nere o verde petrolio. Le stelle e la luna si vedevano bene da quella casa di borgo, pochi e soffusi erano i lampioni, nessun lampionaio, ma pipistrelli che fremevano attorno a quelle luci di vetro battuto, e ferro luccicante. A volte restava sveglia fino all’alba, e sentiva, poco alla volta i rumori di chi si svegliava per primo: passeri o rondoni, aria pulita, cingoli di motori di un contadino. Osservava molto anche la luce che dal buio, risaliva tenue, piano e accompagnata da quei suoni freschi di aria e di terra. I lampioni ancora accesi, ma fiochi così come la luna. Ed era all’alba spesso, che  si riportava  nel suo letto per addormentarsi.
Una mattina presto volle anche uscire di casa, per vedere il paese deserto, all’alba. Lo fece solo una volta e non si lasciò memorie su quel giorno.
La luna notturna la rispecchiava, così sola e silenziosa. Ma mai si soffermava a lungo a guardarla come invece fa oggi, a quarant’anni. Il cupo sorriso dei vecchi in paese le ricordavano la luna, cosi come quell’antenna radiofonica, situata su una minuscola e triste collina. Ma mai aveva pensato alla luna come così vicina a lei, lei così cupa. Una sera, ad una cena di lavoro in pizzeria, un medico lì presente, precisò davanti agli altri che lei non era solare, come la forma del ciondolo  che le regalarono, ma lunare. A lei questa cosa la intristì parecchio, ma non poteva certo dire il contrario. Fu lo stesso quando, un  ragazzo, che a lei piaceva (così come quel medico), la descrisse come non brillante di luce propria, ma cupa come una nebbia in un paesaggio di un nero  gotico. Ora invece, ne era quasi fiera di questa sua anemia. Luna bianca come la sua pelle, misteriosa e introspettiva, “Luna che chiama i poeti legati al cielo, così come i navigatori al mare” e i contadini alla Madre. Il fuoco che le arriva di riflesso non abbaglia, ma mostra in tutta la sua bellezza, la luce vera del suo Sole, che forse è incerto, ha delle incertezze il sole, su questa propria luce.
La madre di Carmela anche, era una luce strana  e solitaria, avente anche una sua rima, di madre. Madre scomposta, scomoda e lacrimosa. Quella campagna attorno, era e non era parte di loro, così entrambi poco terrene e  pratiche. Infatti coglievano dalla terra solo le parti più amare e ombrose, o quelle delicate di cespugli freschi, o petali feriti dai raggi di sole.
Lune fiamminghe, volti fiamminghi e malinconici. La Luna dei felini combattivi e delle streghe epifaniche. La Luna artificiale delle sale da ballo e dei ritrovi. Luna spezzata o fatta piena dal suo sole. Il bagliore dolce e sensuale di una donna segreta, nascosta, ma da un’ombra assai visibile.
Carmela un giorno, quasi come d’improvviso, capì, che ciò che la rendeva una triste luna come nascosta nella nebbia, le avrebbe anche regalato un mistero fascinoso. Lei era una Luna, non certo una stella tra tante, e questo era l’appunto che le era stato inviato come un regalo. Iniziò così ad osservare la luna, a studiare tutto ciò che  la riguardava: astronomia e astrologia, esplorazioni , passaggi e paesaggi lunari, così come la luna nell’arte. Diventò come un traffico maniacale per esplorarsi e capirsi; in ogni insegnamento da queste discipline, coglieva un aspetto di lei e dei suoi rapporti con gli uomini. La poesia era giornaliera, le immagini arrivavano come ricamate da Dio. I desideri inviati partivano sempre e arrivavano a destino (e a destinazione).
Questi tempi del passato, così crudi, malinconici e forse anche austeri, erano ancora più presenti che l’oggi. Carmela se ne stava sopra il suo letto, le mani  all’addome, come dovesse proteggere, lì dentro, un contenuto. Guardava il soffitto e la parete a destra del letto color magenta chiaro. Quel colore le ricordava senza dubbio la sua fanciullezza, i giochi in paese , “color color …”. Le vennero in mente un paio di zoccoli rossi che da piccola le piacevano tanto, e anche un vestito a fiorellini gialli, bianchi e rossi. Certo che sarebbe stato bello rivedersi in un video, o anche una foto, ma nessuno aveva fermato quegli attimi. Degli zoccoli di vernice rossa e lei, che se ne stava così, vestita e  seduttiva  davanti agli altri bambini.
Carmela se ne stava sopra il suo letto ad aspettare una fine. Una fine tra tante, ma aspettava la morte e rinveniva la sua vita. La sua vita era soprattutto quel passato di fanciulla. Emozioni, pensieri fatti di curiosità e osservazione. Invece la sua vita presente sembrava essere solo passività
Le vennero anche in mente i visi che aveva incontrato nella sua vita: una donna sicuramente molto forte era Valentina, stuprata dal padre sotto gli occhi accidiosi della madre fin da piccola. Eppure ora faceva l’infermiera in un pronto soccorso, aveva due figli sani e ringraziava ancora la  vita, questo ricordava Carmela, che era una donna che sapeva ringraziare la vita; vita che voleva incanalarla verso la pazzia forse, ma la sua forza atavica, scura e di bambina non lo permise. Probabilmente era la donna più forte che aveva conosciuto. E poi le venne in mente Stefano, che frequentò con lei le superiori e che non rivide più da quando aveva sedici anni. Lo riconobbe, in cura  in un ambulatorio. Lo ricordava perfettamente quando, ancora adolescente era suo compagno di banco alla scuola professionale per il commercio, ragazzo chiuso sì, ma mai quanto lo era lei al tempo. Probabilmente si riconobbero entrambi per la loro sfiducia e paura dell’altro. Solo che lei da sola riuscì a vedersi e a sfogarsi, mentre lui fu indicato dalla madre al centro salute mentale all’età di ventidue anni, per il suo isolamento delirante.
Poi sua sorella e il suo bambino, suo fratello e sua madre. La sua famiglia. Tutti aspettavano come lei ora in un letto il finale. Magari neppure arrivava e così si sarebbero potuti riabbracciare, e vedersi tutti con i nuovi occhi alleggeriti dall’attesa della morte … ma forse nemmeno.
Pensò a Marco, ragazzo dai capelli morbidi, a come si erano lasciati nel suo letto, guardandosi un palpito di cuore acerbo.

Nota: si credeva in quei giorni, che presto il mondo sarebbe finito. Quindi era vera, alla fine, la storia del giudizio universale. L’universo si muoveva avvicinando lune, costellazioni e pianeti. Si sapeva che Urano, il pianeta del cielo, stava perdendo quel blu cobalto che lo contraddistingueva (come astro nuovo e anticonformista), per assumere il colore della terra a lui innaturale. Si era visto anche che Saturno, ultimo pianeta antico, aveva oramai solo un anello sottile e invisibile, la sua leggerezza teneva oggi misure storiche; metameri che lo avevano abbandonato tuffandosi in zone più dense. Venere, Marte e Giove si attaccarono alla costellazione dei Gemelli. Mercurio solo rimase dove era, per poter raccontare ai posteri ciò che successe quel giorno.
Il cielo aveva assunto un colore verde ossidato, la terra iniziava a sgretolarsi e come pane secco lasciava briciole di materia verso i suoi luminari; c’erano da un po’carenza di acqua e sole ravvicinato. Le persone, abituate a ciò gradualmente, parevano non accorgersi. Il dolore si era sparso e lasciava i molti indifferenti, senza pietà né compassioni. Forse quando fu creato il mondo, il suo progettista pensò  che la fine era bene non si sentisse tra gli umani: per non creare frastuono, confusione, o amplificare le loro paure. Per non creare pianti di bimbi o urla di madri. Doveva essere una fine graduale, come un scomparire di nuvole o di nebbie, come un sollevarsi o un calare di maree. Niente carestie, pestilenze o terremoti dunque ma apatia, distanza. Come un calore artificiale.
La città contiene il centro della vita, usciremo in campagna per svagarci.